
Nonostante l’Interrail, trattasi della possibilità di fare un biglietto ferroviario aperto in seconda classe per un tempo determinato in tutti i paesi aderenti, sia entrato in vigore nel 1972, la sua esplosione, come utilizzo e conoscenza, è stata a cavallo tra gli anni novanta e duemila. L’idea di base, poi modificata nel corso del tempo, più per business che per altro, era di permettere ai più giovani di poter visitare l’Europa con pochi soldi, favorendo cosi l’integrazione culturale e sociale. E’ anche naturale che vista l’età a cui tale opportunità era riferita, molto si è trasformata in opportunità di divertimento e di divagazione. Questa impronta, evidentemente prevedibile, ha cosi comportato un’immedesimazione sociale importante favorendo, e cosi veniamo a noi, una produzione cinematografica in merito molto amplia. E, a differenza di quello che si potrebbe pensare, sotto un triplice aspetto:
- La parte ludica, divertente, demenziale
- Romantica, sentimentale
- Horror, Thriller.
Mentre le prime erano e sono abbastanza comprensibili, la terza apparentemente potrebbe sembrare fuori tema e invece, soprattutto se riferito agli anni indicati, era perfettamente nella logica: ragazzi giovani nel periodo della comunicazione controllata e dei social praticamente a zero che si avventurano i paesi e luoghi lontani e sconosciuti…Cosa c’era di meglio per sparizione e simili?
Mi sembra evidente che Eli Roth (e, anche se non accreditato come sceneggiatore ma solo come produttore, il buon Quentin Tarantino) ha carpito le potenzialità di tale struttura narrativa e ci ha cucito prima un film e poi un concept.
Premettiamo che non si tratta di uno di quei film indimenticabili di genere e che ti lasciano a bocca aperta con un retrogusto tra lo spaventoso e l’incredulo (alla Saw per intenderci), ma ci sono molti elementi che me lo fanno ritenere un esperimento comunque riuscito. Primo fra tutti la capacità, che poi se ci pensiamo bene è molto simile a Dal tramonto all’alba, di dividere il film in due momenti ben distinti, seppur il primo non sia altro che la preparazione del secondo. Nella prima parte c’è l’esaltazione della parte ludica della questione, con i viaggi tra amici che si trasforma in una festa continua e la voglia incessante di divertirsi e condividere. La seconda è proprio di tutt’altra natura e diventa, c’è da dirlo, più un ’esaltazione visiva dell’horror che un dramma/thriller concettuale. Senza i minuti finali, infatti, le dinamiche sarebbero state abbastanza comuni, e la maniera cruenta della questione, comunque spinta, non sarebbe stata sufficiente a dare un indirizzo soddisfacente a tutto il progetto. Lo switch di Paxton (Jay Hernandez), sino ad allora non di certo il protagonista, è molto più sottile di quello che si possa pensare e apparire. L’idea che ho avuto, oltre ovviamente al principio di sopravvivenza e di vendetta, è di un’inversione dei ruoli con la vittima che si trasformava in carnefice, seppur con una motivazione completamente diversa. Il suo viso nel momento clou nascondeva tracce diverse e complesse, si andava oltre il semplice “te la faccio pagare per i miei amici”, quasi avesse provato un piacere fisico e morale in quello che stava facendo.
La regia di Eli Roth all’epoca fece rumore ed è comprensibile. Nel 2005, sembra strano ma parliamo di 20 anni fa e in questo lasso di tempo è cambiato tutto, non si era cosi abituati a questa “pulizia” visiva delle sofferenze corporali. Certe immagini erano ancora sfumate o sostituite da azioni più ovattate e meno dirette. Anche il fatto che trattasi quasi di un’attività lucida, non si tratta del classico maniaco di turno, ha dato un senso più complesso ai momenti andando a toccare la predisposizione umana alle torture e agli estremismi. Anche la capillarità di tale attività arriva con buona intensità nonostante, e questo è un limite evidente, la poca sorveglianza per un luogo cosi…spinto. Avrei dedicato qualche minuto in più alla fuga, aggiungendo qualche controllore in più, anche di quelli cruenti.
Tirando le somme, è evidente che non si tratti di un film horror nel senso stretto del termine e in quanto tale deve essere giudicato e considerato. Se dovessimo sforzarci di catalogarlo lo metterei nella casella horror/splatter, dalla parte però, della saggia gestione. Il sangue, infatti, c’è, ma non tanto per, ha una struttura logica e comunque molto più attendibile di quello che si poteva pensare a bocce ferme. Di certo, il punto forte del film è e rimane l’armonizzazione tra le due parti segnalate e questo perchè è riuscito a far assaporare la duplice parte fisica del lato umano, evidentemente agli antipodi. Bestemmiando, lo premetto, il passaggio tra divertimento e orrore è meno pesante, ma anche meno sorprendente del citato Dal tramonto all’alba. Mi spiego. Mentre per quest’ultimo è impossibile non pensare almeno per un attimo che tutta la vicenda possa essere un grande sogno, magari collettivo, in Hostel la consequenzialità è più evidente e più sottile. E’ ovvio che lo spessore dei due film, evidentemente in favore del capolavoro di genere del 1996, è diverso, ma le similitudine di costruzione, sicuramente perché in entrambe c’è lo zampino di Tarantino, mi è apparsa evidente, anche grazie a una fine in crescendo e da puro ghigno mefistofelico.
Jonhdoe1978
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