
Una delle cose che più mi piace in ambito cinematografico è iniziare un film senza sapere niente. E non mi riferisco all’approfondimento della trama o cose simili, ma proprio a non conoscere assolutamente nulla, neanche il genere. Ma se questa è ormai pura utopia nella consuetudine (se si va al cinema qualcosa la si sa e anche se si pesca qualche film sconosciuto sulle varie piattaforme almeno il genere viene indicato), esistono ancora posti dove è possibile farlo: le manifestazioni cinematografiche. Prendendo ad esempio nello specifico la Festa del Cinema di Roma (comunque a questo mi riferivo), se lo si vuole, infatti, soprattutto riguardo ai film in gara nella Progressive Cinema, si può tranquillamente entrare in sala ignaro di qualsiasi cosa. Proprio questa considerazione, durata a dir la verità più di qualche secondo e venendo a noi, mi è venuta in mente dopo pochi attimi dall’inizio di Holiday. Non so perché, ma il fatto che il regista non fosse altro che il Piero di Ovosodo e che il titolo mi aveva fatto immaginare qualcosa di estivo o comunque festivo, mi ha creato una qualche aspettativa mentale di altro ordine portandomi a fare la suddetta considerazione.
Detto ciò, Holiday è un film concettualmente sufficiente ma che con il passare dei minuti non è riuscito a reggere pienamente il peso della sua stessa trama. Partendo dal generale, infatti, un thriller necessita di un incipit definito (non per forza chiaro nelle dinamiche) e poi uno svolgimento che dissemini qualche elemento per permettere allo spettatore di seguire il filo e trarre (giusta o sbagliata) una sua conclusione. Ecco, Holiday tende alla fine a smarrire questo processo e arriva al suo epilogo puntando più alla pura sorpresa che alla logica.
Prima di approfondire questo punto, ritengo necessario soffermarmi sulla genesi dell’idea e di come essa, ovviamente con i suoi limiti, sia riuscita a unire vari temi fra cui spiccano, evidentemente, il rapporto genitoriale, l’amicizia, la stortura dei media e la profonda complessità dell’animo umano. E’ chiaro che non parliamo di un modo di approfondimento da far scrivere nei libri del cinema, ma neanche di un qualcosa da cestinare senza che non lasci nulla.
E’ innegabile che la valutazione generale, comunque con tutti i suoi limiti il film ti crea attesa e opinioni, è molto figlia della lettura della fine e quindi del punto lasciato in sospeso poche righe fa.
Purtroppo per entrare nelle pieghe di quello che voglio dire è necessario da ora fare alcuni spoiler, se non l’avete visto, quindi, vi consiglio di fermarvi nella lettura.
La prima discriminante riguarda la lettura che si da agli ultimi istanti. Assodato che Veronica è l’assassina ( ci torneremo) la variabile riguarda se Giada ne fosse a conoscenza e quindi nell’ultima scena stia andando a nascondere l’arma oppure ne era ignara e di conseguenza camminava verso l’incastro. Sentimentalmente la prima ipotesi è quella che alla fine si lascia prediligere, si spiegherebbe l’aver mentito sui rintocchi della campana e la loro simbiosi avrebbe cosi un senso. La seconda, però, si adatterebbe meglio alla personalità della protagonista, alla fine inutile nascondersi uccidere e mentire in maniera cosi spudorata sulla propria innocenza ti rende una persona cattiva e disturbata e darebbe un senso alla considerazione fatta durante il processo che la loro amicizia era dovuta e non scelta. A prescindere da come la si vede, comunque entrambe le ipotesi hanno un minimo di base, quello che stona è che proprio Veronica sia l’assassina. Certo, il personaggio in sottrazione non aiuta, anche se indispensabile per quello che si voleva raccontare, ma non arriva quella rabbia che potrebbe giustificare un gesto tanto estremo. Era molto più ovvio, tra bugie e dichiarazioni, che fosse il padre ad aver commesso il delitto. Sicuramente sarebbe stato più narrativamente scontato, ma non sempre il colpo di coda inaspettato crea benefici complessivi oggettivi.
Chiudo dedicando, facendo una specie indietro e avanti, qualche riga ai due, seppur in ruoli diversi, protagonisti del film: Margherita Corradi (l’appena citata Veronica) e Edoardo Gabbriellini. Per la prima, come detto, il suo personaggio è evidentemente in sottrazione, ma lei lo rende sufficientemente intrigante e misterioso. Il fatto che consideri la storia con qualche forzatura non contrasta assolutamente con la valutazione della sua prova, anzi, forse ne aumenta i meriti.
Più o meno lo stesso discorso vale per Gabbriellini. Le debolezze avvertite qua e la durante la visione non minano la sensazione che la storia sia stata gestita, raccontata e trasmessa in maniera sostanzialmente matura e strutturata. E questi non possono che essere meriti suoi e manifestano come la strada intrapresa sia quella giusta.
Discorso a parte meriterebbe il diverso impatto visivo ed emozionale che i processi americani e inglesi, cosi un’empatia maggiore con storia, personaggi e dichiarazioni, creano. E’ un altro pensiero (ho aperto con uno magari è giusto terminare con un altro) che durante la proiezione mi è venuta in mente, se non altro per quel senso di spoglio e poco opprimente che le scene del film con quello sfondo mi trasmettevano. Certo, su questo il discorso sarebbe generale ma anche in questo caso un pizzico più attenzione l’avrei messa se non altro per trasmettere interamente la costrizione che quell’ambito indubbiamente impone.
Jonhdoe1978
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