
Nonostante l’etimologia sia la stessa, il termine eroe nel mondo ha un significato figurativamente diverso. E se in quello occidentale spesso lo si identifica con qualcosa di oltre l’umano (escludendo l’esasperazione di un gesto “normale”), in quello orientale tutto cambia raggiungendo vette interpretative tra il percettivo e il reale. In questa parte del mondo, infatti, il corpo e l’anima hanno una distanza molto più lieve e di conseguenza la credenza che qualcosa di oltre sia possibile fa quasi parte della loro cultura.
Hero, film del 2002 di Zhang Yimou (il suo primo d’azione), si ispira proprio a questo concetto seppur inserito nel più alto (e molto presente ieri come oggi) senso di patria e sacrificio tipico del mondo cinese.
Leggendo la storia di distribuzione di questo film mi è tornato in mente come in vent’anni le cose siano profondamente cambiate. Uno script del genere al giorno d’oggi avrebbe una diffusione immediata e velocissima e invece in quegli anni, tranne che nel mondo asiatico dove ha subito avuto un enorme riscontro, ha avuto bisogno di qualche spinta per oltrepassare qualche confine. Per gli Stati Uniti ad esempio, è stato fondamentale l’intervento di Tarantino con la Miramax e in Italia…è arrivato due anni dopo l’uscita.
Detto questo, nota più di colore e considerazione complessiva del movimento cinema, Hero è un film complesso e che non è alla portata emotiva di tutti. Non è il classico film d’azione orientale, ma si interseca con il senso di leggenda, spirito, immaginazione, potere, sacrificio e concentrazione di quel mondo e non a tutti può piacere o appassionare. Lo stesso modo delle battaglie, tra il reale e l’epico fumettistico, hanno un taglio particolare e il confine tra far appassionare e sorridere è labile e quindi anche le conseguenze emotive derivanti. Il mio pensiero a riguardo non ha dubbi, sono tra quelli che hanno assorbito la concettualià della storia anche se qualche titubanza la parte finale me l’ha data. E non nel come è stata concepita quanto nei passaggi visivi. Tanto per intenderci, a rischio spoiler, dirci l’epilogo a mò di scritta non è stato a mio avviso il miglio modo per esaltare quel processo di esecuzione, controllo e poi pace a cui il film aspirava. Nel sacrifico non armato del Senza Nome c’erano motivazioni e combinazioni morali e politiche enormi e meritavano un surplus di accompagno. Mi viene in mente l’imperatore in una stanza, una voce fuori campo con i suoi pensieri o semplicemente un suo excursus mentale tra tutto quello che aveva sentito e/o visto.
Il percorso del film rasenta l’intimità assoluta e si colloca in quel limbo nel quale l’anima sa ancora prima di sapere. Si capisce quasi subito che quello che stiamo vedendo è un continuo gioco di scatole cinesi e che quello che ci stanno dicendo, almeno sino ad un certo punto, non è quello che realmente è successo. Si rasenta il MacGuffin e, per usare un termine della persona che l’ha visto con me, un Inception consapevole (quest’ultimo termine l’ho aggiunto io). Perché alla fine la storia è un insieme di sogni consapevoli continui nel quale escono fuori tutte le personalità in gioco compreso quella più grande: fare una sola Cina.
Discorso a parte merita la parte prettamente visiva (la stessa che avrebbe potuto far storcere il naso), assolutamente straordinaria. Se pensiamo ai mezzi del periodo (è stato uno dei film con più spese della storia cinese e si vede) quello a cui assistiamo è poesia in movimento. Un’esagerazione controllata e che ha il solo scopo/risultato di incantare e questo per il significato che essa vuole rappresentare. Il gioco di colori, rappresentativi di ogni personaggio e quindi di ogni motivazione, è studiato, armonico, aperto e pieno di soffice leggenda. In particolare il combattimento tra le foglie ha qualcosa di epico e si inserisce di diritto tra quelli con più spirito nella storia di genere.
Candidato all’oscar 2003 come miglior film straniero, poi vinto da Nowhere in Africa, Hero ha tirato fuori una parte importante della cinematografia di Zhang Yimou, che poi si porterà negli anni. In qualche modo questa fu la sua prova del nove e mi sembra evidente che la superò pienamente. Anzi, tale cassa di risonanza portò non solo a seguirlo negli anni seguenti, ma anche di rivivere le sue opere precedenti, in primis il meraviglioso Lanterne Rosse (che non posso non consigliare vivamente a tutti). Sono anche convinto che per lui, in quel paese c’è un peso delle tradizioni e della storia viscerale, sia stato tra il liberatorio e il complesso scriverlo e rappresentarlo, ma anche una grande opportunità artistica di alzare il livello. Ripeto, è un prodotto che non può appagare oggettivamente tutti e che con un briciolo di attenzione in più sarebbe potuto essere grandioso, ma che va di diritto inserito tra i titoli di genere che in qualche modo se non hanno proprio riscritto le regole almeno ne hanno rispolverato le origini, il cuore e l’anima.
Jonhdoe1978
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