
Alcune storie travalicano la loro rappresentazione specifica andandosi a collocare idealmente in un concetto più generale seppur ipotetico e personale nel contenuto. D’altronde ognuno dentro a un racconto ci trova per quello che è e non semplicemente per quello che vede.
Il giovane Ronnie (Kevin DeCoste), per la giornata scolastica relativa al racconto del proprio eroe, decide di parlare del rapporto tra suo nonno Parker (Richard Gere) e il cane Hachi. Inizia cosi, tra l’ilarità iniziale dei suoi compagni, tra voce e ricordo il flashback di quello che è stato.
I modi con cui vivere questo film sono sostanzialmente due: vederlo come una splendida dimostrazione dell’enorme affetto che si può instaurare tra un uomo e il suo animale o trovarci una sorta di metaforico amore assoluto che trascende dai protagonisti in questione. Personalmente propendo decisamente per questa seconda visione e questo per quel sentore di tenera eternità e appartenenza, tipica di qualsiasi tipo di simbiotico rapporto, che tutta la storia mi ha trasmesso. La sensazione che mi ha pervaso da un certo punto in poi, infatti, è di due entità che per forza di cose non potevano avere delle fattezze definite rappresentando di quanto più puro possa esserci in un legame. Questo senso di eternità si eleva oltre la storia in se trasportandoti in una sorta di dimensione ultraterrena nel quale peccati ed egoismi scompaiono sostituiti da un’indispensabilità materiale e eterea di contatto e affetto. In contrapposizione o di pari passo, a secondo dei casi, a questo cresce una sorta di bilancio personale e la domanda se esiste qualcuno che, con le debite proporzioni, farebbe la stessa cosa per te si insinua nella mente. Questo pensiero si lega sia al quesito di quanto siamo riusciti a donare di noi alle persone che amiamo che a quel senso di immortalità che Parker assume e a cui nel nostro piccolo aspiriamo profondamente. Quest’ultimo approccio, stavolta si egoistico, viene ampliato dal secondo grande tema del film, che in qualche modo si lega al primo: il tempo e il suo modo scoordinato di dare colore e senso alle cose. Il suo andare distorto si congiunge inequivocabilmente ai momenti che i due trascorrono insieme come se la sua velocità tra le 8 e le 17, orari tra partenza e ritorno dell’uomo, fosse diversa dalle altre e come da un certo punto, dalla morte di Parker in poi, diventi una specie di purgatorio atto solo all’attesa di un inevitabile ricongiungimento.
Lasse Hallström, regista del film, non ha avuto bisogno di trovare chissà quali metodi per trasmettere un’emozione. E’ bastato affidarsi alla storia per quella che era, che forse banalmente è utile ricordare vera, per travolgere lo spettatore. L’impressione è che forse lo abbia fatto troppo magari proprio per timore di calcare la mano drammatizzando un qualcosa che già di per sè era drammatico. Per lunghi tratti scompare anche Richard Gere che in entrambi i casi elencato sul come si può vedere il film assume posizione o derivata o percepita. Derivata perché alla fine il protagonista assoluto diventa Hachi e percepita perché se la si vede dal mio stesso punto di vista la sua immagine è più un’idea che una conformazione fisica ben definita. Più specifica, in entrambi i casi, la figura del piccolo animale a quattro zampe che assomiglia a un raccordo tra pensiero e intenzione, intesi come volontà e capacità di esternare il proprio amore.
Fin dalla sua divulgazione la storia di Hachi, nome derivante dai simboli presenti nella medaglietta che portava al collo quando è stato trovato, ha commosso milioni di persone. Il motivo dal mio punto di vista va sempre ricercato nella procurata sensazione di qualcosa di speciale e perché no, unico che essa ha trasmesso. Per quanto, infatti, sia pieno di storie di animali che in qualche modo hanno accudito il proprio compagno (padrone stona) ben oltre la vita, questa situazione sembra andare oltre assomigliando appunto più a una simbiosi umana e pienamente conscia. Questa specie di foto tra noi e quello successo, come detto, ha fatto si che si trovasse una sorta di sovrapposizione affettiva con un senso esponenziale dei sentimenti che tutti chi più e chi meno cerchiamo. Gli ultimi secondi del film, nel momento in cui il ricordo ancora vivido nonostante gli anni si combina con il presente, sembra cavalcare quest’idea confermando che la reale percezione di questa storia va oltre “il migliore amico a quattro zampe”. L’aura di inquietudine, sofferenza e soprattutto di concessione totale per qualcun altro è troppo forte per schematizzarla in un rapporto ben delimitato rappresentando quella perfetta combinazione empatica tra sogno e speranze a cui si aspira con un’intensità pari alla propria sensibilità. E dal mio punto di vista proprio questa diversa misurazione, ovviamente a scala infinita, segna la vera differenza, a prescindere dalla durata, tra una vita e un passaggio con una ricongiunzione alla felicità (Hachi ci insegna che basta un secondo) direttamente proporzionale all’amore provato.
Jonhdoe1978
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