
Molto spesso sento parlare di oggettività, del fatto che certe cose non possono non essere cosi come ce le descrivono. Io la penso diversamente e credo che molto raramente ci si trovi assolutamente d’accordo su una cosa. E se questo vale in generale, figuriamoci di fronte a un’opera dell’ingegno che proprio per definizione ha il “compito” di stimolare le sensazioni intime e personali. Davanti a queste, a conferma ulteriore di quanto detto, non ci sono solo le inclinazioni e i gusti di ognuno, ma, come ci insegna l’Anton Ego di Ratatouille, il vissuto e i saporidel passato.
La prima volta che ho visto Guardia del corpo era il 1994, avevo 16 anni, e ne rimasi rapito. Consumai la videocassetta, all’epoca quello era l’unico modo per rivedere e rivedere un film (Blockbuster apri da li a poco), senza mai ne stancarmi ne provare ogni volta un piccolo nodo alla gola nei minuti finali. Quel ricordo, e qui arriviamo alla premessa, mi ha portato a rivederlo ora con molta attenzione, quasi a voler vedere se tutte le sensazioni che avevo provato 30 anni fa facevano semplicemente parte per l’essere che ero oppure ci sono in queste due ore qualcosa che con me funzionava. Quello che è successo è sostanzialmente la stessa cosa accaduta del su citato Anton Ego con il piatto fatto dal topolino: nuovo groppo in gola e ricordi e intimità che si uniscono.
Entrando nello specifico, quello che mi ha sempre travolto di Guardia del corpo è quel senso di ingiustizia che ti lascia, con onore e amore che invece di fondersi si separano. E non lo fanno perché non trovano il cuore per stare insieme, ma perché certe volte la vita va oltre e noi non riusciamo a stargli dietro. L’immagine che mi è sempre comparsa e di due luci che si attraevano, ma che poi quando erano a un cm l’uno dall’altro trovavano un vetro che li divideva.
Detto questo, che riguarda il giudizio complessivo figlio molto della fine della storia, non sono cosi accecato da non vedere i limiti narrativi presenti e le eccessive semplificazioni che comunque questo film ha. Semplicemente l’anima generale, che poi è quella che conta per una storia tra l’intimo e il sospeso, la trovo superiore e i singoli pezzi, quindi, meno frastagliati di quanto sarebbero se presi singolarmente.
La cosa che mi ha sempre fatto riflettere, ampliando le sensazioni provate e nonostante la reputi bellissima, è l’impatto relativo che la colonna sonora ha sempre avuto su di me. In pratica, non era lei che mi ha trascinato e che mi trascina tutt’ora nelle pieghe del film. Non dico che è superflua, ma non cosi determinate come critica e premi possono far credere. Rimanendo in tema di giudizio cinematografico, trovo assurdo la candidatura a 7 Razzie Award avuta nel 1992, le cose brutte sono evidentemente altre.
Mick Jackson non è un gran regista, la storia ce lo dice, e anche in questo film ha dimostrato di essere molto scolastico e con poca inventiva. Le inquadrature sono sempre basilari e tutto il bello che ne esce è più per l’impostazione del momento, quindi per merito della sceneggiatura di Lawrence Kasdan, che per merito suo. Di certo si può dire che non fa danni e in certi casi, tale affermazione, non è cosi dispregiativa come possa sembrare. Asseconda, infatti, l’idea di partenza e cerca di muoversi con circospezione cercando, e in molti tratti riuscendoci, a non intaccare quella magia tra il malinconico e l’inevitabile che essa (l’idea) aveva in sé, thriller e mistero compreso.
Inevitabile discorso attori. Il Frank di Kevin Costner è a mio avviso, assolutamente magnetico. E lo reputo tale sia ieri, quando sei più giovane è più facile rimanerne ammaliato, che oggi. Ovviamente non si grida al ruolo della vita, ma quel misto di tenerezza, durezza, aspettativa, senso del dovere e profonda umanità, lo trasmette. Diverso l’approccio e la resa di Whitney Houston. All’epoca era all’apice della carriera e quello che si cercava, evidentemente, era cavalcare quel successo. Sottolineando che l’obiettivo prettamente commerciale fu abbondantemente raggiunto, successo incredibilmente in tutto il mondo, dal mio punto di vista, non ha sfigurato. I limiti ci sono e sono abbastanza evidenti, ma il suo essere star, nel senso di magnetismo, l’hanno aiutata a non debordare mai.
Quelli sono stati gli anni di Kevin Costner, in 4 anni è stato protagonista di Balla coi Lupi, Jfk, Un mondo perfetto, Robin Hood e appunto Guardia del corpo. E nonostante, come pocanzi detto, non si tratti dell’interpretazione da epitaffio per i posteri, non posso dire che sia l’antitesi dei ruoli appena citati, come d’altronde non lo è il film. Il senso dell’amore impossibile, o meglio, del potrebbe essere ma non è, arriva e anche con buona lena, poi, e qui torniamo all’incipit, entrano in ballo i momenti della vita e soprattutto, le sensibilità e il modo d’essere. Nel mondo del cinema, ma nella vita in generale, ci sono certe storie che trovano subito le chiavi del nostro io e riescono a donarci più di quello che probabilmente dovrebbero. Ognuno, all’interno del mazzo, ha i suoi e non ammetterlo e condividerlo ritengo sia un grande limite, se non altro perché le sensazioni e le emozioni sono le cose che cerchiamo, nel cinema come in qualsiasi altra cosa.
Jonhdoe1978























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