
Con Gossip, il documentarista Davis Guggenheim firma il suo primo lungometraggio di finzione, affrontando un tema che, se nel 2000 poteva suonare provocatorio, oggi risulta addirittura premonitore: la fragilità del confine tra verità e menzogna nell’era dell’informazione.
Ambientato in un college elitario, il film segue tre studenti: Derrick Webb (James Marsden), Cathy Jones (Lena Headey) e Travis (Norman Reedus) che, ispirati dalle lezioni del professor Goodwin (Eric Bogosian), decidono di condurre un esperimento per un corso di giornalismo. Il progetto consiste nell’inventare e diffondere un pettegolezzo a scopo “scientifico”. La prescelta è Naomi Preston (Kate Hudson), matricola schiva ma affascinante, al centro di una voce che la vorrebbe coinvolta in una relazione sessuale con Beau Edson (Joshua Jackson), un altro studente. Quella che nasce come una provocazione intellettuale assume presto i contorni di una vera calunnia, con gravi ripercussioni legali.
Il film si propone come riflessione sulla costruzione delle notizie, sulla responsabilità di chi le crea e sull’irrefrenabile dinamica virale del pettegolezzo, che da semplice chiacchiera si trasforma in tragedia. Una sorta di Le relazioni pericolose di Stephen Frears in chiave contemporanea (almeno per l’epoca), che gioca con il fascino amaro dell’amoralità adolescenziale e l’ambiguità etica di chi scambia la realtà per un laboratorio.

Il dilemma è centrale: meglio una verità scomoda o una bugia che si autoalimenta? I tre protagonisti incarnano tre risposte diverse a questo quesito: Cathy è tormentata dal rimorso, Travis si perde nel proprio cinismo, e Derrick si rifugia nel relativismo beffardo del “sono solo parole”.
In termini di sviluppo narrativo, Gossip parte da premesse stimolanti, ma inciampa più volte nella sua costruzione. L’idea, per quanto attuale (almeno per l’epoca Bis) e teoricamente affascinante, viene trattata con una certa superficialità, appesantita da una scrittura che sembra voler dire troppo, spesso ricorrendo a colpi di scena poco credibili o a svolte narrative eccessive. L’ultima parte del film accumula situazioni inverosimili e svolte forzate, fino a un epilogo “a sorpresa” che ambisce allo shock, ma finisce per sembrare più una scorciatoia narrativa che una vera conclusione tematica.
Formalmente, Gossip si muove tra atmosfere da thriller psicologico e suggestioni da Teen Drama, senza però trovare una cifra stilistica coerente. A tratti, sembra voler essere un apologo filosofico sulla manipolazione dell’informazione; in altri momenti, si accontenta dei cliché da Serie TV pomeridiana. Non manca qualche trovata visiva interessante, ma la regia di Guggenheim resta sostanzialmente anonima.

Il cast, formato da giovani volti destinati a carriere altalenanti, non riesce a dare sufficiente spessore psicologico ai personaggi. Reedus, Headey e Marsden appaiono più come modelli prestati al cinema che interpreti capaci di reggere l’ambiguità dei ruoli. Fa eccezione Bogosian, qui nel ruolo del professore che, con un misto di provocazione e disillusione, innesca la miccia: la sua presenza, seppur marginale, dà spessore all’intera vicenda, ricordando il suo ruolo in Talk Radio di Oliver Stone.
Gossip è però sicuramente (e molto probabilmente in maniera inconscia) un film che divide. Non di certo per i suoi meriti artistici (piuttosto modesti), ma per l’ambizione, poi mal realizzata, di raccontare un tema cruciale della nostra contemporaneità. È un’opera che si muove su un terreno sdrucciolevole, tentando di denunciare le derive del sensazionalismo e della superficialità dell’informazione, ma finisce per cadere nei medesimi meccanismi che vorrebbe criticare.
Una partita truccata, forse, ma pur sempre giocata con un certo fascino decadente.
Di Alessandrocon2esse
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