
Dietro la costruzione di un film c’è un lavoro complesso che vede impiegate una grande quantità di figure divise, spesso, per ambito e specializzazione. Tutta questa eterogeneità, come la maggior parte delle situazioni della vita, ha una persona all’apice che ha il compito di tirare tutti i fili assumendosi l’onere e l’onore del risultato finale. Nel cinema però, questa figura non è sempre coincisa con lo stesso ruolo alternandosi, per fama e/o carisma tra regista, produttore e responsabile della produzione.
Monroe Stahr (Robert De Niro), direttore generale di una delle più importanti case di produzione di Hollywood, è intento a vedere alcune scene dell’ultimo film in lavorazione decidendo, di volta in volta, quali tagliare e quali no. Un giorno durante uno dei rari momenti in cui, aiutato da qualche pillola, si era addormentato, viene svegliato dal presidente della suddetta casa di produzione, Pat Brady (Robert Mitchum) e da sua figlia Cecilia (Theresa Russell), la quale ha per Monroe un debole, a causa di un improvviso terremoto. Recatosi nelle varie parti degli studios per verificare gli eventuali danni, Stahr, intravede una donna, rimanendone colpito.
Chissà se Elia Kazan nel momento che ha deciso di cimentarsi in questo film sapeva o aveva deciso che sarebbe stato l’ultimo. Personalmente visto le tematiche affrontare e l’approccio introspettivo malinconico della storia tra il ricordo e il rimpianto, credo proprio di si.
Gli ultimi fuochi, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald, appare, infatti, quasi un lascito sulla funzione del cinema e su quanto sia volubile il giudizio che si ha sulle persone che ne fanno parte. L’Hollywood degli anni ’30, periodo nel quale il film è ambientato, sembra un velocissimo circo impazzito dove non c’è spazio per la comprensione ma solo per il risultato e, soprattutto, per i suoi effetti. Emblematico e personalmente aggiungerei poetico, il racconto, sagacemente ripetuto sia all’inizio che alla fine, di Monroe sul nichelino e su come esso assume importanza non in quanto tale, ma per come viene raccontato. La stessa storia, infatti, a seconda del momento, del contesto e del montaggio assume un significato diverso con un contenuto e uno sviluppo quasi diametralmente opposto. La magia del cinema sta proprio in questo: nel vestire o nello svestire lo stesso manichino cambiando solamente il contorno, il tono di voce oppure semplicemente stimolando l’immaginazione dello spettatore che in quanto soggetto, reagirà a seconda della sua personale percezione.
Ma anche il cinema come ogni altra cosa della vita, è fatto di uomini che per quanto duri, rigidi, intraprendenti, accentratori o apparentemente inscalfibili hanno le loro debolezze, le cose o le persone che ne fanno crollare certezze e atteggiamento. E cosi anche lo stakanovista e imperturbabile Monroe si perde e viene travolto dalla passione e dal desiderio figlio in parte dalla mancanza e dal ricordo. Kathleen Moore (Ingrid Boulting), la ragazza del mistero, assomiglia, infatti, all’ex moglie di Stahr motivo per cui ha risvegliato in lui sensazioni profonde che evidentemente erano solo assopite. Un amore improvviso e senza possibilità di freni nonostante le circostanze e che spariglia ogni cosa comprese le priorità e le prospettive di vita e di atteggiamento. Un uragano che travolge dentro e fuori e che rischia di spazzare via in un attimo, tutto il castello di sicurezze create con il tempo.
Le due linee narrative, quella relativa agli studios e alle sue dinamiche e quella amorosa, vengono affrontate in maniera quasi diametralmente opposta assecondando la diversa attitudine del protagonista alle due. Tanto senza scrupoli e pronto a sostituire persone e ruoli per raggiungere il suo obiettivo nella prima quanto accomodante e predisposto all’ascolto nella seconda. Le due situazioni sono distinte anche da una gestione diversa del tempo narrativo che passa da vivace a più riflessivo e fermo quando c’è Kathleen. L’impressione però, è che sia più coinvolgente e emotivamente appagante più l’idea e la percezione che la ragazza crea più che la sua effettiva presenza e questo sia per la poco performante interpretazione della Boulting che proprio per quel senso di smarrimento di concetto, positivo prima e negativo dopo, che il film è riuscito a raggiungere.
Sempre in termine di attori, tolta appunto la poco convincente interpretazione della protagonista femminile, non si può non segnalare il cast stellare presente con a capo un Robert De Niro a tratti dilagante soprattutto nella seconda parte. La sensazione è che all’inizio abbia preso le misure al personaggio per poi ribaltarlo e farlo esplodere come lui sa fare.
Gli ultimi fuochi è un film che trova il suo cuore piano piano, con una seconda parte che, infatti, trova uno spessore superiore rispetto alla prima che a tratti risulta claudicante. L’incontro nella casa in costruzione di Monroe, che metaforicamente rappresenta i suoi dubbi e le sue speranze, con Kathleen è lo spartiacque del film, il momento in cui le carte vengono scoperte dando tutto un altro significato ai gesti e soprattutto, ai pensieri. Il problema come detto, è che la rappresentazione visiva di tale amore non ha la stessa intensità della percezione e del valore dello stesso che ha il suo epilogo nel crollo emotivo del protagonista, quasi a simboleggiare un nuovo fallimento con una ripercussione su tutto quello che è e che ha fatto, lavoro compreso. Si aggiunge solitudine a solitudine raffigurata da una passeggiata nel buio di un capannone che non rappresenta altro che l’incognita del futuro con un cuore, nonostante l’amore incondizionato di Cecelia, nuovamente instabile e disilluso.
Jonhdoe1978
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