
Fatta premessa che per un cinefilo arrivare anche solo a pensare di criticare negativamente un’ opera di Martin Scorsese, possa essere paragonabile all’ eresia per un religioso, mi sento di dire che questo film lascia lo spettatore con l’ amaro in bocca per essere arrivato a “tanto così” dal diventare il capolavoro di questo artista e di non avercela fatta.
Personalissima mia opinione è che non si sia riusciti a raggiungere questo traguardo a causa, probabilmente, di direttive da parte della produzione che abbia forzato il regista a sviluppare maggiormente la storia d’ amore fra Amsterdam Vallon (Leonardo di Caprio) e Jenny (Cameron Diaz), lasciando meno spazio allo sviluppo dei tantissimi temi (soltanto sfiorati) contenuti nel film, quali l’ odio razziale, l’ immigrazione, la guerra civile e tanti altri ancora.
In realtà, la sceneggiatura del film, è talmente corposa che non riesco nemmeno ad inquadrare Gangs of New York in un singolo genere cinematografico: si spazia fra il Western ed il Gangster, con rapidi passaggi fra la Guerra e lo Storico e tutto questo ruotando attorno ad una storia di vendetta e ad una (forzata) burrascosa relazione amorosa fra i due giovani protagonisti. Di sicuro, però, regia e fotografia rendono questa pellicola capace di incollare lo spettatore alla poltrona, lasciando anche sul finale numerosissimi spunti di critica riflessione su quanti dei temi trattati facciano (purtroppo) ancora parte della vita quotidiana dell’ odierno mondo…e non del 1863.
Una nota va spesa sicuramente alla recitazione dell’ intero Cast: tutti bravissimi ed assolutamente in parte, ma nulla di più…poiché totalmente oscurati dalla magistrale interpretazione di quel mostro sacro che è Daniel Day-Lewis. Ritiratosi dalle scene (per fare il calzolaio a Firenze) e convinto soltanto dal progetto e dalle pressanti telefonate di Scorsese a tornare a recitare, mette in piedi uno fra i più iconici “cattivi” degli ultimi venti anni, lo spietato William “Bill” Cutting detto Il Macellaio.
La trasformazione del personaggio creato da Lewis nell’ arco dei sedici anni raccontati nel film, nonostante l’ utilizzo di pochissimo trucco cinematografico, è palesemente visibile questa volta a tutti gli spettatori e non solo a chi possiede un occhio fino. La cura maniacale per i microscopici dettagli e la postura che peggiora, lentissima ma percepibile. Il rifiuto a farsi curare la polmonite che gli era stata diagnosticata durante le riprese, per il semplice fatto che secondo Lewis ad ammalarsi sia stato Bill e non lui. I suggerimenti (più imposizioni…forse) a Scorsese per inserire all’ interno dell’ occhio di vetro l’ effige di un’ aquila (inquadrata più volte) e di girare la scena del monologo sul “figlio mai avuto” tenendo sulle spalle una malconcia ed insanguinata bandiera americana…e ricordiamo che Lewis è inglese, non americano.
Mi fermo qui, anche se ci sarebbe da scrivere ancora un bel po’ su questo attore/personaggio, ma volevo menzionare una nota negativa prima di portarvi alla noia: sebbene il Set dei Five Points (il quartiere dove è ambientato il film) sia stato interamente costruito all’ interno degli studi di Cinecittà, con il passare degli anni si è preferito dapprima sfregiarlo irrimediabilmente fino all’ altezza dei primi piani delle abitazioni, costruendoci su un quartiere della Roma anni ’60 per la Serie Televisiva “Raccontami” e, successivamente, lasciarlo marcire alle intemperie facendone un prestigioso Hotel per piccioni di passaggio. Se penso che poi gli Itagliani spendono soldi per dei Tour in America, dove ti fanno passare davanti ad anonimi villoni e/o strade dichiarando “Qui è dove parcheggia Tom Cruise la moto in Top Gun” o “Qui è dove Sandra Bullock acquista il biglietto del Bus in Speed” mi sale il Mickey Knox di Natural Born Kilers ed ammazzerei tutti.
Alessandrocon2esse























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