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Fronte del porto (1954) di Jonhdoe1978

⭐13 Marzo 2024 ⭐ Contrassegnato con: Fronte del porto, Fronte del porto Recensione, Recensione Fronte del porto

Fronte del porto

Su questa testata molto spesso si è affrontato il tema di come un film sia invecchiato. In pratica, quello che ogni volta ci chiediamo davanti a una pellicola di qualche anno fa, è l’impatto che può avere sulle nuove generazioni (non per forza nate negli ultimi anni) sia in termini visivi che, soprattutto, emozionali. In Fronte del porto questa domanda include a monte due specifiche importanti che se non conosciute elimina di fatto una possibilità di comprensione e coinvolgimento. La prima è l’abitudine che c’era in quegli anni del lavoro occasionale: ci si presentava la mattina (e valeva in tutto il mondo e per molte categorie, pensiamo nello specifico alla ricerca delle comparse nel cinema..) e una persona sceglieva in maniera quasi indistinta chi quel giorno poteva lavorare e chi no. Secondo punto, l’ambito politico nel quale questo film si inserisce: lo sfruttamento dei lavoratori e l’impatto comunista/socialista in genere di quegli anni nell’apparato americano. A differenza di opere immortali tipo Rocky, Star Wars, o anche molti dei film di Hitchcock (la lista sarebbe lunghissima, ma non servirebbe al discorso), dove l’approfondimento è generale e molto figlio dell’empatia emozionale senza tempo, quindi, in Fronte del palco, una conoscenza storica per capirlo e apprezzarlo sino in fondo serve e questo, dal mio punto di vista, lo trasforma in opera, al giorno d’oggi, più di nicchia che di comune interesse.
Detto questo, ci sono però degli elementi universali che trascendono da qualsiasi considerazione e che riguardano la completezza di narrazione di un fenomeno complesso e che ha segnato (e ancora segna) alcuni rami produttivi e l’empatia che i personaggi hanno e che rimane la stessa ieri come oggi.

Elia Kazan, della sua storia personale e di come questo film sia una sorta di sua esaltazione personale per le scelte che fece è storia conosciuta, cosi come che questa vicenda sia l’approfondimento di degli articoli comparsi nel The New Sun scritti da Malcom Johnson, premiato per questo con il premio Pulizer, fu fenomenale sia nella tecnica stilistica utilizzata (all’epoca il grande angolo e gli spazi aperti alternati ai momenti chiusi non erano proprio il modo con il quale si girava) che nella capacità di far arrivare allo spettatore tutte le componenti emotive in gioco. Da una parte infatti, su questo ruolo fondamentale ebbe Budd Schulberg, autore della sceneggiatura, si è puntato sulla divisione netta e senza dubbi tra chi erano i buoni e chi i cattivi e poi si è giocato sulla complessità del protagonista portandolo piano piano da una parte all’altra. Seppur concettualmente tale trasposizione non è mai stata in dubbio (tutti sapevamo che alla fine Terry si sarebbe ribellato), rimane la capacità del personaggio di rimanere appeso facendolo cosi fare a tutto il film. Il cuore di tutto, infatti, era il dubbio che il protagonista aveva, diviso com’era tra una lealtà di fondo verso comunque la sua famiglia e l’amore trovato da una parte e la necessità di giustizia dall’altra. Sotto questo aspetto due sono i passaggi decisivi che poi corrispondono a due dei tre momenti più alti del film: quando Terry racconta come sia stato costretto a perdere un incontro di boxe che gli avrebbe consentito di spiccare definitivamente il volo e il dialogo nella macchina sempre tra lui e fratello Charley. Entrambi meritano un approfondimento.

Nella prima scena, c’è tutto il senso d’oppressione di una vita non scelta e di come un certo tipo di approccio sociale, tipico dei gangster dell’epoca e comunque non proprio nullo nel presente, miri a stroncare sogni e attitudini in nome solo e solamente dei soldi e dei profitti. Se questo è un aspetto oggettivo, quello che rapisce è la parte romantica della questione, l’accoro con il quale Terry narra i fatti, un misto tra tristezza, rimorso e, visto poi il dopo, speranza (in pratica un mai più velato). Ancor più significativa la seconda scena (per mancanza di fondi fu girata all’interno di un magazzino con le luci delle macchine che altro non erano che illuminazioni provvisorie della strada) e questo per quell’umanità che trasmette. Perché se da una parte i dubbi di Terry qui vengono quasi dissipati, quello che ne esce è una piccola luce di umanità, rappresentata dal non consegna da parte di Charlie del proprio fratello.
Particolarità di questo passaggio, che lo rende in qualche modo ancora più unico, il fatto che molto di quello che usci fuori fu improvvisato dai due attori. Il momento in cui Brando abbassa la pistola è completamente una sua invenzione, cosi come la reazione di Rod Steiger e i dialoghi successivi. Questo ci porta a un argomento inevitabile e quindi alla stessa performance di Marlon Brando. Se a posteriori pensiamo alla sua vita, non certo lineare, non possiamo non trovare tracce del suo Teddy, se non altro per quel misto di brutalità e tenerezza che trasmette. Il passaggio tra dedizione e ribellione, con in mezzo il dubbio, è riuscito in gran parte, proprio per il suo modo di interpretare il personaggio rendendolo sempre dinamico e in continua evoluzione. Inevitabile conseguenza, l’Oscar come miglior attore protagonista

12 candidatura e 8 statuette vinte, tra cui miglior film e miglior regia e l’opinione largamente diffusa di essere uno dei film più influenti della storia del cinema. Non credo, ci mancherebbe, ci sia nulla da ridire, ma, e qui torniamo al discorso iniziale, a condizione che ci sia una predisposizione a questi tipi di film. Bisogna avere un minimo di capacità emotiva per addentrarsi nello schema socio/politico del periodo e adattarlo all’animo umano e alla sua bellezza e alle sue storture. Se ci si riesce tutto diventa avvolgente e meraviglioso, in caso contrario, si percepisce “solo” come un bel film.

Chiudo, con il terzo momento (pocanzi ho scritto due su tre..) cardine del film: la fine. Qui troviamo molto del messaggio di Kazan e della sua voglia di estremizzare il tema. Se ci si pensa bene, negli ultimi secondi c’è quasi un riferimento divino, una specie di messia (Gesù) che si rialza e trascina il suo popolo verso una salvezza sempre pensata e mai veramente cercata. E questo, cambiando prospettiva, è quasi un’accusa a quelle persone e al fatto che non sono mai riuscite a fare scelte diverse anche aldilà della propria stessa convenienza. D’altronde la domanda, e questo è una considerazione universale e immortale (è nata con l’uomo e morirà con l’uomo), è sempre lo stessa: è meglio vivere 1000 giorni in terza fila o 10 provando a stare in prima? Kazan ci da una risposta, ma non pensiamo (me compreso) che la risposta sia cosi scontata come si crede, sono tante le variabili, a volte troppe.

Jonhdoe1978

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Fronte del porto

Fronte del porto
8.4

Valutazione Complessiva

8.4/10

SCHEDA

  • Regia: Elia Kazan
  • Anno: 1954
  • Durata: 108'
  • Genere: Drammatico

Interazioni del lettore

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