
Nel linguaggio corrente il termine freak ha due significati ben distinti: uno che riguarda un determinato modo anticonformista di comportarsi e vestirsi di alcuni giovani negli anni settanta e l’altro riferendosi agli emarginati in quanto diversi. Proprio quest’ultima espressione nel tempo ha acquisito maggiore rilevanza potendosi riferire a tutta una serie di persone che per un qualche motivo non rientrano nei canoni morali o fisici ormai stereotipati.
Nel pieno della seconda guerra mondiale l’ebreo Israel (Giogio Tirabassi) e i suoi quattro compagni Fulvio (Claudio Santamaria) l’uomo lupo, Cencio (Pietro Castellitto) il ragazzo che controlla gli insetti, Matilde (Aurora Giovinazzo) la ragazza che domina l’elettricità e Mario (Giancarlo Martini) il nano che riesce a domare il metallo, continuano a esibirsi ottenendo sempre un successo entusiasmante. Durante uno di questi però, il telone nel quale stavano facendo il loro numero viene bombardato causando morti e disperazione. Decidono cosi di provare a partire per l’America e ricominciare a fare quello per cui credono di essere nati: gli artisti di un circo. Ma all’improvviso all’apice dell’importazione nazista degli ebrei, andato a comprare i biglietti, Israel scompare costringendo i quattro a esporsi. Salvatesi decidono di andare, con esclusione di Matilde, al Berlin Zircos che vede come capo Franz, misterioso uomo di Berlino che ha la capacità in determinate condizioni di vedere nel futuro.
Che Gabriele Mainetti avesse una predilezione per le storie di supereroi lo si era capito da tempo, anche prima di Lo chiamavano Jeeg Robot, ma che fosse in grado di saperle raccontare e soprattutto contestualizzare in un ambito diverso a quello a cui per definizione le associamo, quello fortunato americano, era proprio un altro conto. E invece il giovane regista romano non solo c’è riuscito ma è andato addirittura oltre aprendo di fatto un genere nel genere nel quale l’Italia per una volta sempre essere la precorritrice.
Freaks Out, termine il primo che come detto è entrato nel nostro lessico comune, infatti raggiunge una dimensione visiva e di contenuto degna dei migliori padrini d’oltreoceano lasciandoti per lunghi tratti a bocca aperta e pieno di adrenalina ed emozioni. La sensazione, sin dai primi minuti, è di una storia conturbante arricchita, e qui sta la magia, dalla contestualizzazione territoriale estremamente vicina nel quale si svolge. L’ambito dei personaggi appare naturale con un rapporto luogo/avventura/storia bilanciato e soprattutto credibile. Proprio quest’ultimo termine è il vero motivo per cui questo film, prolungamento evidentemente di Lo chiamavano Jeeg Robot, si stacca da ogni tentativo precedente con l’aggiunta di una storicità sentita che trasmette in tutta la sua maligna potenza l’evidente ingiustizia praticata in quegli anni. L’action visiva, intesa come il mostrare i poteri dei vari personaggi, non solo non contrasta l’ambito storico ma lo arricchisce restituendocelo addirittura più intenso. Soprattutto il senso della resistenza arriva il tutto il suo calore con una morale comunque dura e non priva di una pericolosa spigolosità. Giusto e sbagliato, seppur nel caso specifico evidentemente chiaro, ha l’enorme capacità di non essere calcato troppo mostrando cosi una faccia che sa di reale e di incredibilmente tangibile. E’ chiaro che un ambito storico cosi discriminante per natura è stato il teatro ideale per mostrare un’altra discriminazione più a largo raggio ma è altrettanto evidente che un errato mix dei valori avrebbe storpiato messaggio e ideale. I cattivi sono e rimangono cattivi ma anche i buoni, se messi alle strette, possono essere altrettanto cattivi con la differenza però di avere ancora il discernimento di sapersi fermare. Quest’ultimo concetto è mostrato meravigliosamente nel gesto de Il Gobbo (Max Mazzotta) nel momento in cui dopo aver perso amici e compagni ha la lucidità di fermarsi e risparmiare la vita a un caduto della controparte.
Il senso di amicizia e di amore, al centro c’è sempre Matilde quale musa ispiratrice, ha nel film il duplice scopo sia di mostrare come la guerra e le atrocità possono colpire ma non affondare che donare una specie di speranza generale su quello che si è. La linea che divide infatti un fenomeno da baraccone da un eroe non è cosi spessa rispetto a quello che si potrebbe pensare ed ha a che fare con la percezione e il costume nel quale si è cresciuti e si proviene. Freaks Out gioca molto su questa distinzione invertendo continuamente i ruoli dei protagonisti quasi a simboleggiare come il destino e i talenti possono essere allo stesso tempo una forza e una debolezza. Dipende tutto da come li usa e Franz, di cui parleremo subito, ne è un esempio.
La prova degli attori è sostanzialmente impeccabile ma il vero mattatore dal mio punto di vista è Franz Rogowski e, appunto, il suo Franz. Riesce a sprigionare tutta la sua follia, quella duplice veste tra sognatore e schiavo del successo in maniera sublime. Il trovare i quattro per lui è il modo per sdoganarsi dall’etichetta di diverso che il suo stesso paese gli aveva etichettato, per diventare un eroe. Questa pazzia è tangibile cosi come una sofferenza di fondo che non gli permette di accettare e utilizzare un talento, quello delle visioni, in tutto il suo splendore. La figura di Hitler diventa quella del messia e del torturatore con un epilogo tanto intelligente (chi ha pensato al Game Over è un autentico genio) quanto metaforicamente (oltre che visivamente) meraviglioso.
Se una decina di anni fa mi avessero detto che avrei assistito, nonostante la mia indole a sognare, a un film storico sui supereroi ambientato nella mia Roma diretto da un romano con attori romani avrei sorriso. Se poi avessero aggiunto che sarebbe stato di livello altissimo avrei proprio riso di cuore. E avrei evidentemente sbagliato. Freaks Out è pura poesia, un’esplosione di empatia e potere, uno schiaffo alle nostre convinzioni e un abbraccio alle immense possibilità che il cinema può dare. Perché se da oggi in poi vedere un film sui superpoteri significa anche paragonarlo a lui significa che qualcosa di storico è stato scritto.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento