
Il sesso è una delle attività essenziali della nostra vita e questo sia per il puro piacere fisico che ci dà che, soprattutto, per quel bisogno istintivo di contatto umano che abbiamo come manifestazione estrema di un forte sentimento.
Fleabag (Phoebe Waller-Bridge) è una giovane ragazza londinese che cerca di colmare i vuoti interiori attraverso una vita frenetica fatta di sesso, spesso occasionale, e di relazioni personali, famiglia compresa, poco stabili. Il suo unico punto di riferimento è una caffetteria aperta poco tempo prima con la sua migliore amica Boo (Jenny Rainsford) scomparsa però, per un tragico incidente.
Irriverente, cinico, sboccato, divertente, diretto, appassionato e struggente, questo in sintesi Fleabag adattamento per la televisione dell’omonima opera teatrale scritta e interpretata in entrambi casi da Phoebe Waller-Bridge.
La serie, divisa in due stagione per certi versi molto diverse, ci narra della disattabilità sociale e delle ripercussioni emotive che un evento funesto può comportare, con la conseguente estremizzazione dei sensi e della morale. La nostra protagonista da un determinato momento, fa implodere la sua personalità mettendo un muro a tutti i sentimenti che trovano il loro modo di essere esternati solo nel sesso e nel cinismo esasperato. I suoi diventano rapportati frammentati e contorti, raffigurati metaforicamente in maniera splendida nel momento in cui la si vede masturbarsi con il ragazzo accanto o non riuscire neanche a sfiorare la sorella Claire (Sian Clifford) e questo in netta contraddizione con il rapporto viscerale che aveva con l’amica Boo. Le due vivevano praticamente in simbiosi trovando una nell’altra il modo per trovare se stesse e la propria strada. Perso tale riferimento, Fleabag sprofonda improvvisamente negli abissi dei propri limiti elevandosi a distruttrice del proprio io e costruendo una maschera consolidata di chi veniva e ora, a maggior ragione, viene considerata come un qualcuno di profondamente disturbato e ossessivo. La leggerezza si mischia alla fragilità e alla pesantezza degli errori a cui si cerca di dare un minimo d’aria e di pace per quanto pesanti e a tratti insopportabili.
Come detto le due stagioni, per quanto simili nel modo di raccontare, si differenziano completamente per messaggio e per conclusione. Si passa cosi dalla ricerca di se stesso, di un alito di pace almeno parziale per un rimorso troppo pesante da accettare, al tentativo di definire la propria vita attraverso l’affetto e l’amore. Due passaggi diversi che per quanto ovviamente conseguenziali, partono da presupposti e soprattutto finalità differenti: la risalita dall’inferno e dalle sue fiamme il primo, un posto nel purgatorio della felicità il secondo.
Quello che rimane intatto è il metodo di narrazione che mischia meravigliosi e funzionali flashback al presente e al pause action in cui la protagonista si rivolge direttamente allo spettatore per approfondire un concetto o svelare un pensiero. Soprattutto quest’ultimo ha fatto si che nonostante la brevità di ogni puntata (circa 25’) si sia riusciti ad entrare nella personalità di ogni personaggio definendolo per vizi e virtù.
In tutta la serie le risa e l’indubbia ironia si mescola con la malinconia legata soprattutto a tutto quello che potrebbe essere e che per un qualche motivo non è o non è stato. La speranza si lega alla volontà, trovando il suo punto di incontro in tante situazioni intermedie che consentono alla fine, a tutti i personaggi, di trovare un pizzico di felicità e un modo per esprimere se stessi. Ognuno di loro deve fare i conti con i propri demoni riuscendo però anche casualmente, a trovare un piccolo aiuto sia dalle persone da cui era prevedibile aspettarselo che da altre completamente impensabili che forse, solo per pure destino erano li in quel preciso istante.
A livello interpretativo assolutamente meravigliosa Phoebe Waller-Bridge. Il fatto che abbia ideato lei il personaggio non implicava per forza la sua perfetta definizione, c’è sempre una grande differenza tra pensare e realizzare. Da menzionare Sian Clifford autrice, a mio avviso, di una prova solida che è riuscita a trasmettere tutte le incongruenze del carattere di Claire.
La vera vittoria di questa serie è l’essere riuscita ad entrare cosi in profondità nell’anima delle cose in poco più di sole 5 ore, tanto sono durate complessivamente entrambe le stagioni. Il percorso di Flaebag è accidentato, fatto di una discesa improvvisa e una lenta risalita costellata da altre cadute più o meno rovinose. E’ la coscienza che si annulla nella solitudine per poi lentamente ritrovare la bellezza di avere qualcuno di vero con cui esprimere se stesso e con cui condividere i pesi inevitabili dei propri fallimenti. Alla fine del percorso, errore su errore, riesce a riassaporare il dolce gusto dell’amore e della complicità, rappresentato, nonostante la nuova separazione, nella rinnovata sensazione di essere nuovamente pronta a condividere le proprie emozioni e accogliere senza respingerlo, da ora in poi, quello che di buono può capitarle nella vita. Il tutto con una delicatezza estrema che trova a mio avviso, la sua bellezza narrativa proprio nel modo, a volte grottesco, con cui la storia è stata raccontata, come rafforzativo di un’emozione. Un’emozione racchiusa in quel senso di speranza che la serie vuole dare, quale possibilità di ritrovare una piccola porta da aprire anche quando la vita, le scelte e il destino ci ergono un muro altissimo sulla nostra strada.
Jonhdoe1978
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