
Nessuno ti insegna a essere padre. All’inizio credi che esistono delle regole comuni ma poi con il passare dei minuti, si minuti, ti rendi conto che non è cosi e che quello che bisogna fare è solo seguire l’istinto. Si perché alla fine l’improvvisare è la regola più bella che si possa seguire, avendo comunque ben presente che l’unica cosa che conta (in questo contesto le aberrazioni le lasciamo fuori) è il bene e il sorriso di quel piccola/o.
Samuel (Omar Sy) è un uomo a cui piacciono le feste e la continua presenza di donne diverse. Una mattina nel molo dove lavora (aveva appena passato una notte brava), si presenta una donna di nome Kristin (Clémence Poésy) che gli dice che la piccola che ha in braccio, di appena 3 mesi, è sua figlia. Sorpreso e senza accorgersene si ritrova la piccola in braccio con la madre che con una scusa prende un taxi lasciando i due, padre e figlia, da soli sulla banchina.
Premessa d’obbligo: impossibile, almeno per chi scrive, recensire questo film senza entrare pesantemente nella trama. Quindi se non l’avete visto e non volete spoiler, fermatevi.
Famiglia all’improvviso è un film che inizia come commedia, si sviluppa in leggerezza e in alcuni casi in maniera grottesca e si conclude in uno dei modi più drammatici che si possa immaginare.
L’opera seconda di Hugo Gélin, remake del film messicano Instructions Not Included di Eugenio Derbez e la sua più conosciuta almeno sino all’uscita della serie Lupin, gioca perfidamente con i nostri sentimenti, riempendoli prima e annientandoli dopo. Ti fa salire sulla giostra della vita fatta di scelte e del caso per poi farti precipitare nell’ambito oscuro dell’impossibilità, trasformando l’idea e la speranza in qualcosa di lontanissimo e profondamente ingiusto.
La sceneggiatura è intelligentemente alternata, la regia un po’ meno, e riesce in maniera coordinata a esaltare il momento senza soffocare la scia emotiva che il film piano piano si stava costruendo. In pratica lo sviluppo era già di per se travolgente, appesantirlo con una dialettica pesante avrebbe ottenuto il risultato opposto rendendo “meno reale” il tutto. Anche la parte cinematograficamente più comune, il processo per l’affidamento per intenderci, la si è affrontata nella maniera corretta, dandogli un peso proporzionato al percorso intrapreso e a quello da intraprendere. Nessuna forzatura, solo uno scivolo, o meglio ponte, perfettamente in linea e soprattutto delicatamente strutturato. Questo passaggio era assolutamente fondamentale perché la storia tramite esso, il processo, è passata da stuzzicante e sorridente commedia, con un intermezzo naturale sul ruolo genitoriale, a qualcosa di profondamente ingiusto e a cui dare un motivo e una risposta è praticamente impossibile. Pur apprezzando la scelta degli autori di ammorbidire l’evento conclusivo, cercando di dare una qualche speranza, la sensazione personale è che si tratti di una situazione insuperabile e che per quanta fede o forza uno può avere non può non disintegrare qualsiasi scelta o azione futura. Proprio per questo credo che la parte più debole del film siano proprio gli ultimi due minuti che appunto si coprono di una retorica a tratti fastidiosa e che poco ha che fare con la splendida realtà, seppur all’interno di un racconto al limite, fin li raccontata.
Uno dei grandi meriti di questo film, grazie a mio avviso dalla delicatezza di Hugo Gélin, è di aver mostrato la bellezza dell’abitudine. Soprattutto tra genitori e figli, ma il discorso si potrebbe allargare a qualsiasi rapporto, si creano infatti dei gesti o delle frasi che si ripetono nel tempo e che diventano una specie di mantra intimo e personale. Complicità di cui si diventa in qualche modo schiavi e che hanno la capacità, proprio per il motivo della loro genesi, a instillarci felicità e paradossalmente uno strano ottimismo.
Omar Sy è commovente e convincente. Il doppio ruolo a limite del comico con i lati drammatici gli si cuce addosso pienamente, confermando quell’indole ambivalente già vista nello splendido Quasi Amici. Il resto del cast, se escludiamo Antoine Bertrand, nel ruolo di bilanciatore affettivo della personalità del protagonista e la piccola Gloria Colston nei panni di Gloria, è veramente poca cosa. Soprattutto Clémence Poésy non trasmette mai il peso di quello che dovrebbe, la sua personalità esce solamente per merito delle azioni di Sy.
Nonostante il finale completamente inaspettato e dannatamente tragico, il film non perde di intensità anche se lo si rivede più volte. E’ questo è un grande merito. Vuol dire che la storia è stata costruita con meticolosità e attenzione riuscendo nel suo tragitto verso l’inferno a intrigare e compiacere continuamente. Anzi proprio il sapere l’epilogo, in certi momenti amplifica i singoli passaggi seppur all’interno di una rabbia (sana) direi inevitabile. Rabbia che ovviamente diventa quasi personale se lo spettatore ha il ruolo di genitore e questo per quello strano meccanismo che vuole per certi argomenti una vicinanza quasi egoistica e presuntuosa. L’occhio in casi come questi, infatti, da distaccato diventa in prima persona e porta la mente a dire in continuazione: ma se, pensa se, oddio se…
E’ ovvio che questo era il chiaro intento di chi questo film l’ha pensato e che a conti fatti ha centrato l’obiettivo. Ripeto la struttura è tra il delicato, il nostalgico e il romantico, peccato per quella nota finale un filo esageratamente dolce per un piatto troppo amaro da poter solo pensare. Poi è normale che in casi del genere l’oggettività si disintegra e ognuno fa i conti con la propria indole e il proprio modo di affrontare le cose. Modo però che, al di la di una considerazione assolutamente intoccabile sulle bontà di un prodotto, e Famiglia all’improvviso lo è, non può non inficiare l’emotività complessiva del giudizio. Chi ci riesce vuol dire che non vive completamente una storia andando cosi contro l’essenza e il motivo stesso della genesi del cinema: emozionarsi, travolgersi e abbandonarsi.
Jonhdoe1978
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Bella recensione soprattutto per chi ha visto il film