
Esistono vecchi film hollywoodiani che, celebri al loro tempo, rivisti dopo decenni non reggono al tempo. Sembrano superati e si finisce per fare rewatch più per dovere che per vera convinzione.
Esistono poi vecchi film hollywoodiani che, celebri al loro tempo, rivisti dopo decenni appaiono per quello che sono: grandi opere di un’eccezionale epoca del cinema classico statunitense.
Un esempio di questo fruttuoso periodo è senza dubbio Eva contro Eva, straordinaria commedia drammatica del 1950, scritta e diretta dal regista Joseph L. Mankiewicz e tratta dal racconto The Wisdom of Eve di Mary Orr, incentrata sul lato oscuro del mondo dello spettacolo, dominato dalle spietate leggi della carriera e dell’arrivismo.
A riguardarlo oggi, a distanza di più di settant’anni dall’uscita nelle sale, la sua sceneggiatura risulta ancora robusta e perfettamente distribuita nei vari flashback su cui si struttura, tutti i suoi superbi protagonisti mantengono intatte le loro sottigliezze ed astrusità e, cosa non da poco, l’adattamento dei dialoghi ed il doppiaggio italiani appaiono ancora freschi e moderni.
Anche chi non lo ha mai visto, anche chi non apprezza la filmografia di Mankiewicz o non abbia idea di chi sia, ha impresso nella mente questo titolo a mo’ di emblema del cinema in bianco e nero, a braccetto con La vita è meravigliosa, Psycho, Il settimo sigillo e pochi altri titoli. Sono quelle pellicole che hanno bollato il loro sincronismo ben oltre le frontiere della Settima arte, diventando veri e propri oggetto di culto nello stile e nel racconto della loro stagione. E la motivazione è, senza via di scampo, sempre la medesima: ognuna di queste opere ha il merito di aver indirizzato il potere dell’immaginazione dell’uomo sempre più avanti, mostrando al pubblico fin dove può arrivare l’incanto del cinema.
Eva contro Eva si è conquistato da subito l’attestato di autentico classico del grande schermo, ricevendo ben sei Premi Oscar (Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore Non Protagonista, Miglior Sceneggiatura Non Originale, Migliori Costumi e Miglior Sonoro) su un totale da record di quattordici nomination, un record che ha mantenuto in solitaria per quasi un cinquantennio. Fu in grado di segnare un altro primato nella notte delle statuette, quello di riuscire a far nominare ben quattro attrici per la loro parte nel film: Bette Davis e Anne Baxter per l’Oscar come Migliore Attrice e Celeste Holm e Thelma Ritter per l’Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista. Un primato che detiene ancora oggi.
Attraverso un complesso meccanismo costruito su un sistema di sette flashback, il regista adotta il punto di vista di tre differenti narratori che, nel corso di una rilevante festa di premiazione, rievocano a turno gli eventi riguardanti il personaggio di Eva Harrington (interpretata dalla Baxter) e la sua travolgente ascesa verso la celebrità (da qui il titolo originale, All about Eve) a discapito della sua collega Margo Channing (interpretata dalla Davis). Una struttura polifonica basata sulla retrospezione, già efficacemente sperimentata da Mankiewicz nel suo precedente Lettera a tre mogli e che il regista riprenderà anche in seguito ne La contessa scalza.
Al centro della pellicola c’è il fascinoso mondo del teatro, del quale il film descrive con lucida ironia le falsità e gli imbrogli, rappresentando contemporaneamente una disillusa metafora della moderna società, governata dall’etica della brama e del successo a tutti i costi. Così come gli attori, quando sono sul palco o davanti la telecamera, si trovano ad interpretare un ruolo, allo stesso modo i protagonisti della pellicola, nella vita reale, indossano una maschera diversa di volta in volta, in un subdolo gioco nel quale la recitazione (intesa come bugia) assume le vesti di una devastante arma per raggiungere i propri traguardi e calpestare i rivali.
Di arrampicate al successo e di inabissamenti nel blu profondo del disonore ne abbiamo viste e sentite in tutte le salse ed è proprio su queste storie che Mankiewicz organizza l’impianto narrativo del suo film, ambientando ingegnosamente però tutta la vicenda nel mondo del teatro e giocando solo di rimando con il cinema, servendosi delle sferzanti e taglienti battute dei suoi personaggi. Mankiewicz è molto abile ed accorto nel gestire una materia particolarmente delicata, considerato che (in fondo) sta “disturbando” il mondo degli affari…ed Hollywood era ed è ancora oggi (parecchio più di ieri), un posto dove sostanzialmente si fanno affari e dove il perdono, dopo un eventuale errore, è quasi impossibile da ottenere.
Eva contro Eva mostra al pubblico che esiste un unico modo per sopravvivere alle insidie del mondo patinato nel quale vivono le due protagoniste, ossia quello di abbandonarsi totalmente all’amore. Margo, infatti, troverà la pace solo nel momento in cui accoglierà questo sentimento; Eva invece, accecata dall’ambizione, pur raggiungendo tutti i suoi obiettivi non troverà la serenità, finendo ricattata da un critico privo di scrupoli.
Ripetutamente ed erroneamente paragonato, in forma di comparazione perdente, al ben più celebre e celebrato Billy Wilder, le commedie sentimentali, i melodrammi ed i film in costume di Mankiewicz hanno invece perseguito una strada tutta loro che meriterebbe di essere riscoperta fin dagli esordi, di cui Eva contro Eva resta solo la punta dell’iceberg.
È vero, si parla di teatro e di cinema, ambienti che il cineasta statunitense conosce a menadito e che potrebbero sembrare alquanto “scontati” per gridare al capolavoro, ma Eva contro Eva è in realtà un racconto universale. È un’allegoria sull’ambizione giovanile e l’ormai prevedibile ricorso al mezzuccio occasionale per scalare il successo. Non si tratta di una lotta tra Eva e sé stessa, ma di quella di Eva contro Margo: due generazioni di artisti messe a confronto e su cui tutto un gruppo di personaggi in cerca d’autore si sfida, senza esclusione di colpi, per un riconoscimento del pubblico.
Va assolutamente riconosciuta in questa imperturbabilità così poco passionale, la capacità da demiurgo del regista di sopire le trame inquiete delle passioni e di ridurle ad una ordinaria vicenda del quotidiano. Mankiewicz è stato infatti un regista considerato maggiormente per la sua forza nella scrittura, per la sua innata capacità di scrivere un cinema sempre molto colto, proprio come nel caso di questo capolavoro, ricco di dialoghi fitti, incisivi e perfino corrosivi.
Chi possiede una concezione di “cinema” diversa da quella del sottoscritto, potrà obiettare asserendo che Eva contro Eva sia una pellicola di stampo teatrale…troppo parlata. Giusto. Corretto. Effettivamente parecchio parlata. Ma stiamo parlando di una pellicola incentrata sul teatro, dove tutti (chi più e chi meno) recitano, ma si tratta di cinema e non di una rappresentazione teatrale filmata. Anche in Sunset Boulevard di Wilder ed Effetto notte di François Truffaut il cinema guarda e parla di sé in prima persona, ma per loro si sono scomodati i semiologi identificandoli come “Metacinema”. A chi figli e a chi figliastri.
Ma Eva contro Eva non è solo sceneggiatura e dialoghi. Il film di Mankiewicz può contare anche sulla perfetta fotografia di Milton R. Krasner, le eccellenti musiche di Alfred Newman, gli eleganti costumi di Edith Head e, soprattutto, un cast di livello stratosferico. L’iconica Bette Davis, nella sua interpretazione più memorabile, è sublime nel calarsi nei panni di questa istrionica ed irascibile Star del palcoscenico che, dietro ad un temperamento da primadonna, nasconde la propria fragilità ed il terrore della solitudine e che non riesce ad accettare il tempo che passa. Anne Baxter è anch’essa superba nell’interpretare una giovane arrivista spregiudicata. Entrambe, insieme alla Holm e la Ritter, lasciano in eredità un vademecum su cosa significhi essere un’attrice.
Vanno assolutamente ricordati anche l’ottimo George Sanders (unico tra gli attori a riuscire a vincere l’ambita statuetta) nella parte del cinico critico Addison DeWitt, Gary Merrill nel ruolo di Bill Sampson, il fidanzato di Margo e una brillante ed in erba Marylin Monroe che compare per un breve cameo.
Eva contro Eva è un capolavoro cinematografico sulla ricerca del consenso. Un consenso che però, nascosto sempre dietro le quinte e all’ombra del sipario, non viene mai mostrato per tutti i suoi 138’. Un po’ come se Mankiewicz volesse riservare una tenera e malinconica stima per questo particolare universo artistico, anche durante le sue “frecciate” più aggressive contro l’ambizione che lo permea.
La stessa ambizione della perfida Eva che, alle domande “Perché lo fai? Per i soldi? Per la fama?” dal critico DeWitt, viene giustificata candidamente dietro un “No. Lo faccio per gli applausi.”. Quegli applausi sono il reale motore di questa tragedia umana, mostrataci attraverso le lacrime prima della Davis e poi della Baxter.
Non esiste nulla di realmente calcolato nella lotta tra queste due dive dello spettacolo. Solo ricerca di consenso. Un bisogno primordiale che può essere appagato solo attraverso quell’inconfondibile rumore che deriva dal continuo e ritmico scontro tra due mani che battono l’una contro l’altra. Due, quattro, sei, otto…mille.
Ancora per una volta. Ancora per una volta. Ancora per una volta.
“Dovunque c’è della magia, dell’illusione e un pubblico, lì c’è teatro.”
Alessandrocon2esse
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