
Ognuno con i propri genitori ha i suoi punti di contatto. Elvis Presley è stato uno dei miei con mio padre. Con lui ho ascoltato tutti i suoi album, ho visto gran parte dei sui film e sono venuto a conoscenza di decine di aneddoti. Va da se che la notizia dell’uscita di una sua biografia cinematografica mi ha scatenato tutta una serie di reazioni che andavano ben oltre la semplice curiosità artistica, comunque ben presente, riguardando più l’intimo e lo strettamente personale. Proprio queste sensazioni mi hanno portato, paradossalmente, a non vedere subito il film, quasi che aspettassi il giusto compromesso emotivo per vivere in maniera non viziata la pellicola. Mi rendo conto che tale atteggiamento, nel momento in cui sto scrivendo mio padre è perfettamente in salute, è molto poco razionale ma credo che ognuno di noi, soprattutto quando si è molto giovani, tende a mitizzare certi eventi facendoli istintivamente i capisaldi della propria memoria e quindi meritevoli di essere raccontati solo quando e a chi decidiamo noi.
Ecco quel racconto improvvisamente stava diventando pubblico e io il permesso non l’avevo dato.
Detto questo, e capisco quanto contorto e pieno di contraddizioni possa sembrare il mio ragionamento, le curiosità/timori che avevo riguardo a questa produzione era sulla prospettiva scelta per raccontare la vita di Elvis (considerando quanto ricca di momenti cardine è stata) e quanto essa sarebbe stata in grado, in un tempo comunque limitato, di far emergere la sua grandezza (umanità compresa) e unicità. Il risultato complessivo è, a mio avviso, buonissimo e questo per merito dell’umiltà stilistica e di scrittura di Baz Luhrmann che invece di prendere di petto il personaggio, rischiando di esserne schiacciato, lo ha accarezzato e rispettato. La scelta di affidare il racconto a una terza persona, il Colonnello Tom Parker (ma quanto è bravo Tom Hanks!!!??), si spiega proprio in questo senso, nel non arrogarsi il diritto di dare voce ai pensieri del Re che cosi rimangono, come è giusto che sia, molto nella sensibilità personale.
Anche la scelta dei momenti su cui soffermarsi sono sostanzialmente corretti (magari sulla parte cinematografica sarei entrato in pochino più nel dettaglio) se si esclude il momento pre e post servizio militare, che, per chi non conosce la storia, rimane troppo semplificato rispetto a quello che è realmente stato. Questa sottolineatura non sarebbe stata necessaria se il taglio scelto da Luhrmann fosse stato più musicale e meno umano, ma essendo esattamente il contrario quel passaggio andava decisamente curato meglio.
La difficoltà generale stava, e qui il film è stato meraviglioso, nella gestione dei ponti tra fatti e anni che passavano soprattutto, perché dovevano combinare la parte visiva a quella espositiva e di coinvolgimento. Se anche uno solo di questi elementi fosse rimasto leggermente indietro rispetto agli altri, infatti, tutto il castello luminoso del regista australiano sarebbe caduto, con una rincorsa mentale continua sfiancante. Questo equilibrio, infatti, ha permesso allo spettatore di lasciarsi navigare nelle note, nei gesti e soprattutto, nelle difficoltà di Elvis. Con il passare dei minuti, infatti, è uscita la sua unicità e la sua irripetibilità (ora con i social è più facile) musicale ma in particolare, è arrivato l’uomo e tutta la fragilità di cui esso è per definizione capace. La pesantezza della gabbia d’oro nella quale lui ha vissuto per anni, la sua libertà era il palco, e il suo abbandonarsi sempre di più verso un mondo artificioso contemporaneamente ovattato e esaltato arriva con una veemenza impressionante, stordendo sia chi questa storia la conosce bene che chi invece la vede/ascolta per la prima volta. E quando questo avviene vuol dire che l’intento è riuscito, che l’anima ha attraversato etere e conoscenza.
Personalmente (se qualcuno non ha visto il film gli consiglio di fermarsi) il momento in cui il film, e siamo alla fine, sovrappone l’attore Elvis dal vero Elvis mentre canta Unchained Melody nell’ultimo concerto della sua vita, è di una potenza emotiva impressionante, oltre che la perfetta fotografia della capacità di regalare emozioni di Luhrmann. Quel momento è stato il canto del cigno del più grande di tutti, l’ultimo suo grido verso qualcosa che evidentemente (Priscilla, l’amore di una vita) gli era sfuggito e che ancora, con tutto quello aveva, voleva ardentemente. Sceglierlo come chiusura non solo è stato narrativamente corretto ma la dimostrazione del rispetto con il quale si è voluta raccontare questa storia. Perché al di la delle luci e dei colori, Elvis è stato il primo a rompere gli argini dell’immedesimazione creando una simbiosi di amore e condivisione all’epoca (ma per certi versi anche ora) completamente sconosciuta.
Non posso onestamente dire che mi sarei mai aspettato una prova del genere da parte di Austin Butler, ma lo stesso varrebbe, per questo ruolo, per qualsiasi altro attore. La meticolosità con il quale si è preparato, il modo di muoversi del Re sono tutto tranne che consueti, merita applausi a non finire. Ha seguito quella linea di rispetto e spettacolarità intrapresa da Luhrmann, in maniera perfetta, esaltando e struggendo. Sempre sugli scudi Tom Hanks. Ogni volta mi meraviglio e ogni volta mi dico: “ma ancora lo fai?”
Elvis Presley non ha segnato una generazione, Elvis è stato una generazione (anche di più). Nessun altro prima e dopo di lui è riuscito ad unire e a mettere d’accordo cosi tante persone insieme. Far arrivare questa grandezza era complicatissimo soprattutto, in chi quest’onda inarrestabile, in maniera diretta o derivata, non l’ha vissuta per nulla. Questo film ci è riuscito. Ha unito la spettacolarità a quell’amaro in bocca tipico di quelle storie meravigliose che, stavolta insieme a una melodia indimenticabile, ti rimangono dentro per tantissimo tempo.
Jonhdoe1978
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