
A Napoli esiste un “Prima” e un “Dopo” Diego.
Per quanto possa questa affermazione risultare approssimativa…è così. E lo sa bene il regista Paolo Sorrentino che, proprio negli anni dell’avvento del Pibe de Oro nella città partenopea, affrontava la sua adolescenza in quell’utero protetto sospeso tra mare e passione calcistica che è Napoli, città dove i simboli sono tutto e dove il sacro ed il profano sono la medesima cosa.
E quale posto migliore per trasformare una maglia azzurra con un “10” stampato sulla schiena in un simbolo di riscatto…di rivalsa. Un simbolo di lotta contro il potere. Un simbolo di cambiamento. Qualcosa di vicino a quel “Dio” invocato a gran voce, ma che invece di restarsene in silenzio e comodamente seduto sul suo trono fatto di nuvole, abbia il coraggio di cambiarle realmente le cose e di prendersi quel riscatto guardando i forti dritto negli occhi. E poi cadere. Da martire. Per la sua gente. La stessa gente della stessa Napoli di Sorrentino: i figli di D10S.
Nonostante la (forse troppo sentita) premessa ed il riferimento calcistico del titolo, E’ stata la mano di Dio non è una pellicola che racconta le gesta del calciatore più forte mai esistito. Il regista vomerese realizza un film dedicato a chi vuole capire Napoli e a chi vuole sapere chi è realmente Paolo Sorrentino, attraverso un ritratto partecipatissimo e distante dagli stereotipi legati ai partenopei e una reinvenzione autobiografica, esattamente a metà tra commedia e tragedia, del racconto di quando a 16 anni rimase orfano di entrambi i genitori e di come fu proprio Diego Armando Maradona a salvargli la vita.
Il titolo è perciò solo un pretesto dalla enorme forza evocativa, per mettere a fuoco la reale natura di una città da sempre “diversa” da tutte le altre ed un fondamentale punto di svolta all’interno del film e nella vita del regista.
Ne viene fuori una pellicola dai codici prettamente “napoletani”, a volte apparentemente inaccessibili, ma solo agli occhi e alle orecchie di chi associa Napoli esclusivamente alla Gomorra di Roberto Saviano. Un film sulla famiglia, sui legami, sull’elaborazione del lutto e sulla ricerca della propria identità.
Sorrentino ci racconta attraverso il suo alter ego cinematografico Fabietto Schisa (Filippo Scotti), il percorso attraversato per cercare il suo posto nel mondo, cercando (nel frattempo) di capire cosa fare di tutto quel dolore accumulato per la perdita dei suoi cari. E lo fa attraverso un racconto commovente e maturo che valorizza appieno un cast a lui “familiare” e, soprattutto, lasciandosi alle spalle quegli eccessivi manierismi che avevano contaminato il suo cinema più recente, riportandoci con la memoria alla freschezza de L’uomo in più, sua pellicola d’esordio.
È Stata la Mano di Dio, a conti fatti, pur discostandosi quasi totalmente dallo stile narrativo che ha reso Sorrentino celebre in tutto il mondo, è il film che più avvicina gli spettatori al regista, rendendoli partecipi di ciò che l’ha reso ciò che è oggi, in un incontro tra fatti reali ed immaginazione. Il regista sembra quasi voler guardarsi allo specchio e, in un atto di profonda intimità ed onestà, far davvero per la prima volta i conti con sé stesso e recuperare la forza di raccontare (con occhi nuovi), raccontarsi e tornare finalmente a casa…la sua Napoli.
E’ stata la mano di Dio è un racconto delle “origini”, tanto del regista che del suo cinema. Sorrentino mette da parte quella disperata ricerca estetica di Napoli, troppe volte percepita nei suoi ultimi lavori e troppe volte fine a sé stessa. Lo fa perché stavolta semplicemente non ce n’è bisogno. Gli basta mostrare, con la malinconia e l’autenticità di chi torna dopo un lunghissimo viaggio, i luoghi, gli abbracci ed il folklore della gente di Napoli, senza inganni ed artifizi.
Oltre al già citato Scotti, talento di cui sentiremo parlare sicuramente in futuro, fanno parte dell’assolutamente maiuscolo Cast anche Toni Servillo e Teresa Saponangelo, gli innamoratissimi Saverio e Maria Schisa genitori di Fabietto, la bellissima e spregiudicata Zia Patrizia della bravissima Luisa Ranieri, un moderno San Gennaro interpretato da Enzo Decaro, il buon esordiente Marlon Joubert e numerosi altri interpreti di fama e/o nicchia, tutti comunque in stato di grazia. Degni di particolare menzione sono sicuramente il surreale ed “integro” Antonio Capuano di Ciro Capano, il contrabbandiere viveur Armando di Biagio Manna, l’impacciato Mariettiello di Lino Musella, l’altruista Baronessa Focale di Betti Pedrazzi, il partigiano Zio Alfredo di Renato Carpentieri e la scurrile e Meme-rabile Sig.ra Gentile di Dora Romano.
Un lavoro sbalorditivo in cui il caos compositivo ed emotivo di Sorrentino, riesce comunque sorprendentemente a risultare una meta. La sua “Mano di Dio” interviene in maniera divina sia a strappare Fabietto dalla morte, sia a mettere ordine nel suo caos, sia ad aiutarlo a fare un complesso passo indietro nel suo avviato percorso artistico, come da perfetto deus ex machina.
Con È stata la mano di Dio il regista traccia un’autobiografia che muta in una cartolina generazionale di una città complessa e contraddittoria come Napoli. Una pellicola che inizia con un ritorno a casa via mare, per terminare con una fuga via terra. Un surreale processo di formazione e di elaborazione del dolore che sfocia in un esigente grido di fare cinema. La tensione continua tra commedia e tragedia funziona alla grande, alternando momenti intensi a fragorose risate in modo quasi dissacrante.
Si ride del dolore proprio, di quello altrui e di quanto sia in fondo ingiusto il mondo. Si ride a costo di sembrare blasfemi, perché a volte ridere è il solo modo per potersi rialzare e riconsegnarsi alla vita, anche quando tutto intorno sembra crollare. In È stata la mano di Dio, lo spettatore viene immerso nella tragedia del regista che riesce a ridere del suo stesso dolore, dopo aver sicuramente versato tutte le lacrime di cui disponeva. Perché una volta finite le lacrime le difficoltà restano comunque lì ad aspettarci e l’unica strada percorribile è quella di “Non disunirsi”, abbracciarle e di riderci su.
Una lezione di vita che non si impara facilmente…a meno che tu non sia nato e cresciuto a Napoli.
Alessandrocon2esse
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