
Un’opera politica sull’inesorabile disfatta della società chiusa, nonché sulla doverosa discordia tra la «fondamentale vessazione» del diritto positivo e l’indomabile diritto naturale.
Dogtooth (Kynodontas il titolo originale) di Yorgos Lanthimos, il cineasta ellenico più importante del cinema contemporaneo, arriva nel 2020 nelle sale in Italia ad 11 anni dal suo passaggio al Festival di Cannes, da cui uscì vittorioso nella sezione Un Certain Regard e con una candidatura agli Oscar come Miglior Film Straniero.
Una pellicola che, nonostante il sorprendente ritardo nella distribuzione cinematografica nostrana, risulta più che attuale…raccontando in modo perverso, provocatorio e ad ogni livello il tema del patto sociale, ponendo la famiglia sul piano testuale e lo stato su quello allegorico. Padre (Christos Stergioglou), Madre (Michele Valley), Figlio (Hristos Passalis), Figlia maggiore/Bruce (Angeliki Papoulia) e Figlia minore (Mary Tsoni) sono elementi di un microcosmo che non è che la metafora di quel sistema di cui tutti, chi più chi meno facciamo parte, quello appunto della famiglia e dello stato, in cui vengono riproposte le esasperazioni dei procedimenti che dapprima nobilitano le debolezze dei rapporti genitori-figli dell’odierna società e, in un secondo momento, le insidie delle conseguenze di determinate forme di educazione che non favoriscono una crescita libera e provocano isolamento ed emarginazione sociale.
“Siamo disposti a dare per buono tutto quel che ci dice il padre di famiglia/Stato, convinti che operi nel nostro bene, ma quando la fiducia nei suoi confronti comincia a scricchiolare, l’istinto di ribellione mette in moto una macchina dal potenziale distruttivo dall’alto potenziale autolesionista”. Dogtooth ci offre un originale spunto riflessivo sul rapporto di fiducia e di controllo tra le autorità e chi vi è sottoposto, suggerendo che talvolta anche la spasmodica ricerca della libertà, può trasformarsi in una gabbia ancor più soffocante di quella da cui si prova a scappare…come quella che chiude il film.
I paragoni e quello spiacevole senso di risonanza con la segregazione obbligata dalla quarantena dovuta all’emergenza sanitaria pandemica sono d’obbligo, ma in verità qualsiasi altra associazione all’epidemia del Covid-19 è del tutto casuale, poiché il vero obiettivo di Lanthimos con Dogtooth è puntare il dito a tutti quei modelli di società autoritaria di matrice pseudo-democratica che discolpano le prepotenze con la scusa della difesa. Una sorta di monito per la sua Grecia, all’alba di una nuova crisi ed una nuova ondata di limitazioni sociali e di pensiero che, come sappiamo, verrà messa in ginocchio.
Per ottenere il suo scopo, il regista ellenico gioca continuamente con l’alterazione del linguaggio, creando attraverso i genitori un farlocco codice con cui viene spiegato il mondo ai tre figli e, naturalmente, prestando attenzione ad epurare ogni potenziale riferimento che possa causare problemi alla prigionia di ignoranza messa su con machiavellica abnegazione.
Più divertito a sollevare interrogativi che a dare rassicuranti risposte, come si evince dall’apertissimo finale, Lanthimos emette il suo primo vagito cinematografico introducendo le tematiche di quello che diventerà poi il “suo” cinema e, malgrado l’uscita di ottimi titoli come Alps, Il sacrificio del cervo sacro, La Favorita e (soprattutto) The Lobster, ancora oggi ne è la migliore manifestazione per certi aspetti.
Dogtooth è un film disturbante e, proprio per questa ragione, non adatto a tutti…e non mi riferisco ai deboli di stomaco. La totale assenza di un tappeto musicale, i lunghi piani sequenza ed i dialoghi ridotti all’osso limitano la sua “insinuazione” nello spettatore ad una ristrettissima cerchia di pubblico e non è assolutamente un caso se la pellicola, nel belpaese, abbia visto la luce con più di un decennio di ritardo. I dubbi delle case di distribuzione italiane sono legittimi ed hanno la mia comprensione, ne è la riprova lo scarsissimo risultato al botteghino, nonostante la tanto acclamata voglia di tornare al cinema che si è rivelata più bugiarda di quei coloratissimi “Ce la faremo” agganciati ai balconi di tutta Italia.
Alessandrocon2esse
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