
La rivoluzione interiore, insieme al grido di libertà, sono un passaggio obbligato per ogni essere umano, un momento indispensabile che segna i confini della nostra personalità e delle nostre scelte.
Siamo nell’estate del 1963 e la famiglia Houseman si appresta a trascorrere le proprie ferie nel villaggio turistico di Max Kellerman (Jack Weston), loro vecchio amico. Nell’ambito delle loro attività la figlia più piccola, la diciassettenne Frances “Baby” (Jennifer Grey) incontra il maestro di ballo della struttura, Johnny Castle (Patrick Swayze), rimanendone subito affascinata.
Non credo di andare molto lontano dalla verità affermando che Dirty Dancing è uno dei film più visti della storia del cinema e questo sia considerando il novero di persone generale che il numero di volte che ognuno di loro l’ha visto, a prescindere poi, se dall’inizio o da un certo punto.
E questo, soprattutto, per la magia naturale che è riuscito a tirare fuori in gran parte degli spettatori, seppur attraverso una storia imperfetta e piena di limiti. E’ fuori di dubbio, infatti, come sia la sceneggiatura che la trama in sé, non abbiano nulla né di innovativo né di profondamente sconvolgente ma è altrettanto innegabile che da un certo punto in poi, il film è andato oltre il suo semplice scorrere, trovando un cuore che è riuscito a coprire qualsiasi difetto . E non per i messaggi sociali che esso voleva lanciare, pericoli dell’aborto, parità dei diritti, rispetto delle persone, ma per quel sogno d’amore che andava oltre i limiti imposti, oltre l’apparenza e gli stereotipi che volevano e vogliono impossibile il vero sentimento, nato sotto l’ombrellone. Sono state stracciate le convinzioni di una generazione e il loro assecondare silenziosamente principi e piaceri imposti, attraverso un urlo di libertà e di dignità di essere se stessi, senza bisogno di avere una maschera. La danza non è stata altro che scegliere se stessi, creare un tutt’uno tra corpo e spirito, trovando un equilibrio spontaneo a cui non è possibile voltare sempre le spalle.
E dire che il film non era nato sotto buoni auspici: poco budget, tempi limitati, stagione sbagliata (il film è ambientato d’estate e le riprese quasi in autunno), una casa di produzione appena nata e un regista al suo primo lungometraggio e alla ricerca, dichiarata, della propria idea di cinema. A questo va aggiunta la cosa più importante e secondo me, la vera carta vincente di questo successo planetario: i due attori protagonisti inizialmente mal si sopportavano. Sembra un controsenso in termini eppure da quel sentimento iniziale è nato, a mio parere, il contrasto tra magnetismo, sensualità e reticenza che ha creato quella bolla nella quale poi si sono trovati Johnny e Baby. Proprio loro sul quale gira, nonostante come detto, qualche tentativo di morale generale, tutto il film e le sue fortune. Nelle loro movenze si sono rispecchiati migliaia di occhi, milioni di sogni di essere cinti, a prescindere dal ruolo, nello stesso modo dei protagonisti, convinti che quella distanza iniziale cercata e chiesta da Johnny, dovesse essere al più presto azzerata. L’abbandonarsi a qualcosa di universalmente sbagliato per ritrovarsi in qualcosa di personalmente giusto con quel pensiero fisso che nulla di errato c’era in quello che si era creato se non pensare che lo fosse. Danzare è diventato l’alter ego di fare l’amore, abbandonarsi e fidarsi, chiudere gli occhi vedendo e immaginando sempre un pezzetto di più del momento prima, proprio nel mentre una nuova nota si librava nell’aria. Aria che man mano diminuiva fino a scomparire nell’attimo del primo bacio che ha dato colore e realtà a qualcosa che già c’era, che già era successo, che già era scritto. Una sensazione nettamente in contrasto con la realtà che stavano vivendo, fatta di opportunità e momenti da prendere per poi essere dimenticati e sostituiti pochi secondi da altri di pari, basso, valore.
Sembra quasi di vedere due mondi diversi, fatti di immagini e priorità diverse, di necessità e di prospettive diverse, di modi di rappresentare il mondo e l’unione diversi e soprattutto di speranze diverse. Baby catapulta Johnny nel suo modo di vedere le cose, sulla possibilità di dare senza pretese, di poter realizzare i propri sogni oltre le semplici possibilità e questo senza snaturare la propria parte più intima e felice. E lui alla fine, la raggiunge proprio in quel luogo, in quella baita sul lago che è andata oltre l’apparenza, spogliata di frasi fatte e gesti predefiniti.
Dirty Dancing rientra in quella cerchia, a mio avviso fortunata, dei film danzanti degli anni ’80 riuscendo a trovare però, rispetto agli altri, un’anima più profonda.
Il grido di ribellione è lo stesso, cosi come la voglia attraverso il ballo di dare un messaggio, di codificare nel movimento un proprio stato d’animo. In più però, c’è una delicatezza di fondo superiore, un modo di mettere la danza al servizio dei sentimenti assecondandone le richieste istintive. Il cinema vive di emozioni innate, di poesie nate dal nulla, di storie che condensano i nostri desideri e i nostri sogni. E quando questo avviene tutto si trasforma e una semplice storia assume i tratti indefiniti di qualcosa di eterno e a cui istintivamente diamo forma e colore rendendoci conto che alla fine è tutto li…in quello che, appunto, ci emoziona.
Jonhdoe1978























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