
Il baseball è apparentemente, un gioco semplice: c’è una persona che lancia una palla e una che cerca di colpirla con una mazza. Intorno a questo assunto, invece, esistono tantissime variabili sia riguardanti le regole di base che il modo di valutare un giocatore e le sue potenzialità.
Gus Lobel (Clint Eastwood) ha passato tutta la vita tra i campi di baseball diventando uno dei più bravi ed esperti talent scout del settore. Un giorno comincia a vedere sfocato perdendo spesso le distanze da cose ed oggetti. Preoccupato per la sua salute, il suo migliore amico, nonché compagno di lavoro negli Atlanta Braves, Pete Klein (John Goodman) chiede a Mickey (Amy Adams), figlia di Gus, di accompagnare il padre in North Caroline, ultima tappa prima del primo draft stagionale.
Di Nuovo in Gioco segna il ritorno di Clint Eastwood come attore dopo quasi vent’anni, in un film non girato da lui. E credo che non sia un caso che lo abbia fatto con Robert Lorenz, uno dei suoi storici produttori, al debutto, ancora non bissato, dietro la cinepresa.
Il film ha una leggerezza di fondo nonostante vada ad affrontare molti delicati temi, relativi, quasi tutti, al rapporto con se stessi e, soprattutto, alla condivisione dei sentimenti con gli altri. Gus è un uomo solo, che ha costruito tutta la sua vita sul rimorso della perdita della moglie, chiudendo il suo mondo intorno ai limiti di un campo da gioco senza dare spazio di entrata più a nessuno, figlia compresa. Su questo si issa il primo tema del film: l’impossibilità emotiva di concedersi, di parlare e di donare agli altri i propri pensieri e le proprie emozioni. Un atteggiamento che ha trasferito anche alla figlia, anch’ella chiusa in rapporti appena sfiorati e che portano alla fuga, fisica ed emotiva, appena c’è il rischio di un avvicinamento che superi la superficie. Il viaggio improvviso e non preventivato in cui si trovano i due è come se fosse un’occasione per fermarsi e cercare di rimettere in ordine situazioni che per troppo erano rimaste nelle pieghe del dubbio e legate a rancori non chiariti e per questo più dolorosi.
Il tempo è probabilmente l’elemento principale della storia, legato soprattutto alla sua inesorabile influenza che ha sul nostro fisico. Qui si scontrano passato e presente e presente e futuro in quel gioco perverso tra utilità e inutilità che troppo spesso si lega all’errata percezione che gli altri hanno sull’età. Il nuovo ha provato a sostituirsi al vecchio senza capirne le virtù e al suo modo naturale, di affrontare una disputa solo con le sensazioni dell’esperienza a discapito dei freddi numeri.
Oltre ai due elementi già citati se ne aggiungono altri due che per diverse ragioni, vedono protagonista soprattutto Mickey. Il primo riguarda l’eterna lotta tra quello che uno fa e quello che vorrebbe fare, dove il dovere si scontra con la passione e l’ambizione si scontra con la felicità. Questo è il punto dove la parte lucida delle cose viene oscurata dalla fredda meccanicità dei gesti e dove l’aridità delle parole prendono il posto dei dissetanti sorrisi. Ma quando hai la possibilità di far coincidere le due cose, voltargli le spalle vorrebbe dire farlo con se stesso e con la vita, uccidendo la propria parte innocente per far rinascere un nuovo io che rimarrà sempre e solo bianco e nero.
Il secondo invece riguarda l’impossibilità perenne di rimanere soli, l’esigenza innata di trovare l’altra parte della mela per condividere gioia e frustrazione, limiti e virtù. Nel caso specifico tale unione è rappresentato da Johnny Flanagan (Justin Timberlake) quale collante di due vite, di uno strappo che in questo caso è necessario e indispensabile per provare a sentire un sapore più dolce per il corpo e soprattutto l’anima.
A livello interpretativo sempre concreta e appagante la prova di Clint Eastwood, nonostante non sia una delle sue migliori. Il ruolo gli si addice perfettamente e l’impressione è che sia stato attento a rimanere nei limiti cercando di dare spazio e luce anche ai co-protagonisti. Molto buona Amy Adams, autrice di una prova che definirei matura e consapevole, sapeva quando e dove muoversi, incastrandosi perfettamente sia con lo stesso Eastwood che con il sorprendente Justin Timberlake. Quest’ultimo non mi aveva mai convinto in nessun film, risultandomi, sempre, innaturale e forzato. In questo caso invece la sua è stata un’interpretazione di qualità sia come presenza che soprattutto, come tempi nei dialoghi.
Di Nuovo in Gioco è un piccolo inno alla speranza, alla possibilità a prescindere dall’età, di avere una nuova occasione sia per cambiare la propria esistenza che per continuare a fare quello che veramente si ama. E il principio basilare è che non si può e non si deve non assecondare almeno in parte, le proprie passioni, intese come quelle piccole o grandi cose che ci fanno sentire vivi e che ci ardono sulla pelle. Cosi come non è possibile voltare le spalle, per sempre, davanti a chi vuole sorriderci, in quel meccanismo di presunta autodifesa che ci fa ergere un muro spontaneo per quanto consciamente sbagliato.
E soprattutto, è la profonda convinzione che sino all’ultimo respiro avremmo sempre qualcosa di dire e perché no, da insegnare a qualcuno.
Jonhdoe1978























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