
Un cinese, schiavizzato da un inglese e reso libero da due americani.
L’inizio di una improbabile barzelletta? Potrebbe, ma no…manca l’onnipresente “Napoletano”.
Satira fantascientifica? Mmmmm…fattibile, ma anche stavolta la risposta è negativa.
Trattasi infatti della sinossi di Danny the Dog, pellicola del 2005 diretta da Louis Leterrier, sceneggiata e prodotta da Luc Besson e con protagonisti lo show vivente Jet Li, Morgan Freeman (fresco dell’Oscar come Miglior Attore Non Protagonista per Million Dollar Baby) e Bob Hoskins nel ruolo a lui congeniale del gangster.
La storia è quella di Danny, guardia del corpo del malavitoso Bart, completamente isolato dal mondo esterno ed addestrato fin da bambino ad attaccare gli uomini con la ferocia di un cane. La sua situazione cambia quando conosce Sam e sua figlia Victoria. Deciso ad ottenere la libertà e scoprire il proprio passato, finisce per schierarsi contro Bart che, piuttosto che lasciarlo libero, preferisce vederlo morto.
Ci sarebbero già così tutti gli ingredienti per una miscela esplosiva, poiché oltre all’aspetto tecnicamente qualitativo, Leterrier (dopo essere letteralmente cresciuto nella “scuderia” di registi di Besson) può contare sulla conferma dietro la macchina da presa da parte del produttore francese, dopo il buon debutto di The Transporter ed anche l’accoppiata Li/Besson è ben rodata dopo la precedente collaborazione in Kiss of the Dragon. E invece, nonostante tutto, purtroppo l’amalgama ha ben poco di deflagrante.
Sia chiaro, il prodotto finale è sostanzialmente discreto. Un “Action Movie Mascherato” in pieno stile Besson, caratterizzato da quel suo tipico equilibrio tra azione ed introspezione, molto più vicino a Léon che alle pellicole di genere. È solo che Leterrier ha sì il cinema nel sangue, essendo figlio del regista François Leterrier e della costumista Chaterine Fabius, ma essenzialmente non è Besson. E sebbene la fusione tra il cinema orientale e quello europeo (che strizza entrambi gli occhi a quello molto più caciarone statunitense) risulti equilibrata, alla fine dei 102’ di Danny the Dog la sensazione è che Besson dovrebbe ricominciare a fare il “One-Man-Band” e dirigere in prima persona i suoi numerosi bei soggetti, anziché subappaltarli e dilapidarli in delega ai suoi adepti.
La regia di Leterrier, molto più attenta più alla forma che all’atmosfera che meriterebbe la sceneggiatura, gioca tutte le sue carte sul minimalismo, generando isolati microclimi intimistici, ma rendendo il risultato troppo circoscritto e privo di quella profondità tipica dei film diretti da Besson.
Gli ingredienti (come già scritto precedentemente) c’erano tutti, ma si sa che anche avendo a disposizione le migliori e selezionate materie prime, se non si possiedono le capacità per maneggiarli e combinarli nella giusta maniera, il piatto risulterà indigesto…o quantomeno insipido.
Ed è così che il soggetto non certo fenomenale, ma lineare e dal buon potenziale, finisce per tendere troppo sul grottesco e finalizzato al mero intrattenimento; le sempre fenomenali coreografie di Yuen Wo-Ping, sublimate dalla incriticabile bravura di Jet Li, si ritrovano relegate al ruolo di pretesto per far emergere, in maniera alquanto ipocrita, dei temi più profondi che alla fine nemmeno vengono fuori nel migliore dei modi; lo stesso Li, tanto criticato per la propria inespressività, nonostante non possegga le capacità per esprimere la forte carica emotiva che il suo ruolo richiederebbe, riesce a ritrovare un minimo di quell’istintività recitativa che aveva mostrato in Hero di Zhang Yimou e nel sottovalutato The One di James Wong, ma quello che non gli si può perdonare è l’incompatibilità anagrafica con il suo personaggio: 42 anni sono troppi anche per un asiatico per rendere attendibile la storia d’amore con la “coetanea” ventiduenne Kerry Condon; il pianista cieco Sam, interpretato da Freeman, è un estremo e poco credibile concentrato di buonismo, privo di una reale profondità. Un ruolo che lo incatena ad una recitazione striminzita, da costruire interamente su battute e massime da Bacio Perugina.
Componenti da ristorante stellato, ma impiattati nel peggiore dei modi o, come direbbe Joe Bastianich: “Sembra cibo di cane!”.
Danny the Dog racconta ma non ipnotizza, esalta ma non rilancia, costruisce per poi smontare. È una pellicola che va presa per quello che è, ossia un racconto semplice e semplicistico, finalizzato all’intrattenimento, con la notevole fotografia di Pierre Morel, un rosario di ferocissime risse in piena sinergia con la colonna sonora originale dei Massive Attack e la pretesa a voler essere una “Favola Nera” sulla conversione dell’angelo della morte alla bontà a suon di calci e cazzotti.
Il finale, molto simile un omaggio in chiave “Jeet Kune Do” dell’irruzione nell’appartamento del sicario italoamericano Léon (Jean Reno) da parte del poliziotto corrotto Norman Stansfield (Gary Oldman), fa sorridere e rattristare al contempo, portando alla memoria gli anni in cui i registi europei sapevano fare cinema, senza dover obbligatoriamente ispirarsi o rubare da quello ad Occidente e da quello ad Oriente.
Alessandrocon2esse
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