
Le storie di Angeli e Demoni mi hanno sempre affascinato e questo per l’intrinseca bellezza che l’incontro di due concetti cosi lontani hanno.
Un Cacciatore di demoni in cerca di redenzione per evitare la dannazione eterna dovuta a un tentativo giovanile di suicidio, aiuta una giovane detective a risolvere l’omicidio della sorella.
Quando si porta su schermo un personaggio dei fumetti il paragone tra i due diventa inevitabile e, a mio avviso, necessario soprattutto per capire subito che tipo di taglio è stato scelto. Nel caso specifico la differenza è lampante, un modo completamente diverso di gestire azione, motivazioni e fine. Nel film, infatti, Constantine è molto diretto: spara, attacca e non si nasconde, nel fumetto invece, è il mago dei tranelli, il signore dei sotterfugi, la persona che fa vedere per nascondere. La motivazione probabilmente, sta sia nell’immagine stessa che si voleva dare al personaggio che, soprattutto, per i diversi tempi disponibili tra un film e una serie cartacea indeterminata di pubblicazioni mensili. E’ chiaro che nel primo caso non si poteva tergiversare troppo, era indispensabile bucare lo schermo e dare allo spettatore una dimensione chiara e definita del protagonista. Detto questo, nonostante tali differenze, a mio modo di vedere, sono affascinanti entrambi.
Constantine è un film ben costruito, con atmosfere decise, atte a evidenziare la netta distinzione fra Paradiso e Inferno. La luce e il buio, rappresentati nel film nella differenza di facilità nei movimenti, sono, infatti, ben distinte sia nei colori che proprio nella pesantezza di luci e suoni. La sensazione è di un contrasto riuscito soprattutto per l’intenzione, neanche troppo velata, di mostrare la capacità di Constantine di muoversi all’interno di entrambi i livelli, alternando il suo senso di espiazione a quello di egoismo. Personalmente avrei preferito qualche zona grigia in più e il personaggio un filino più figlio di puttana dando cosi più spessore a un contro eroe che proprio nel grigio vive e si muove. La sua è una purezza sporca, un acqua che ha sia i tratti della santità che quelli difettosi che l’uomo ha per definizione, nascita e soprattutto, scelte.
Il bravo Francis Lawrence riesce a mantenere storia e protagonisti nella giusta dimensione per tutto il film, senza esagerare o sfogare in avvenimenti che non avrebbe avuto il tempo di approfondire e definire. All’interno quindi, di un’ottima riuscita generale sono due le scene che graffiano e lasciano un senso di pienezza e soddisfazione assoluti: quando Constantine racconta a Angela la sua vita e l’incontro finale con Lucifero (Peter Stormare).
Nella prima racconto, immagini e storia si accavallano in maniera sublime, dando una determinazione non solo del momento, ma di tutto quello sino ad allora raccontato e soprattutto, di quello che si racconterà. Una specie di punto di raccordo necessario quale elemento di congiunzione tra l’idea e la sua realizzazione.
La seconda è senza ombra di dubbio la più bella del film, il momento in cui tutto si incontra e ci fa capire come il compromesso è una cosa che riguarda tutti, angeli, demoni e uomini. L’idea di rallentare fin quasi a fermare il tempo all’ingresso di “Lu” è geniale, una materializzazione visiva di una presenza potente, di un qualcuno che lascia un solco al solo sguardo. C’è quasi una sorta di rispetto nel mostrare l’essere più buio che l’uomo conosce, una miticizzazione all’interno della sua debolezza. Si perchè alla fine Constantine, anche se non definitivamente, riesce a soggiogarlo, dandogli una dimensione più terrena e vulnerabile.
Keanu Reeves è da poco reduce da Matrix e in alcuni momenti lo ricorda, o forse più semplicemente è il mio occhio che li sovrappone, rimanendo in ogni caso ben centrato e attendibile. Questi sono i suoi personaggi, chiusi, introspettivi, soli contro il mondo e anche con molta poca voglia di parlare. Peter Stormare è strepitoso. Il suo Lucifero è imperiale, spaventoso, eccentrico e lontano. Soprattutto quest’ultimo aspetto era a mio avviso indispensabile, per segnare nello spettatore quella sensazione tra misticità, cattiveria e terrore.
Constantine è un film che trova il suo cuore nella storia e nel concetto e non, come poteva essere, negli effetti speciali. Il rischio di marcarli troppo in cerca di spettacolarità, era molto elevato e che avrebbero avuto a mio avviso, l’unico risultato di spersonalizzare personaggi e situazioni.
Inferno e Paradiso, due mondi tanto lontani quanto vicini, accomunati da quel senso di egoismo generale che hanno nel manifestarsi e chiedere aiuto. Questo esce nella rappresentazione di questo film, quasi a siglare un modo diverso di rappresentarli e nel quale escono entrambi sconfitti e vincitori. Tutti e due accettano la possibilità di muoversi all’interno di una zona di mezzo, un luogo sospeso nel quale prendere e cedere in egual misura a rappresentazione della propria forza e dei propri limiti. Ed è qui che la storia trova la sua forza: nell’immistione tra sacro e profano e di come l’uomo sia il principe della potenza delle due “fazioni”, che senza sarebbero solo un puntino senza definizione all’interno delle idee e delle credenze.
Jonhdoe1978
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