
“Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Questo, nell’ormai lontano 1991, cantava Antonello Venditti quale sunto di quella combinazione perfetta che a volte si instaura tra destino e sensazioni, capovolgendo costumi, tempo e convinzioni. E quando questi elementi si combinano allontanarli significherebbe uccidere una parte di noi stessi, ferire definitivamente e senza possibilità di ripensamenti la nostra parte più sensibile e quindi più vera.
Come aveva predetto Monica (Paola Cortellesi) la storia tra lei e Giovanni (Antonio Albanese) è durata molto poco. A tre anni di distanza le loro vite sono completamente cambiate con lui, nuovamente accompagnato, impegnato nell’apertura di un centro sperimentale e sensoriale nella periferia di Roma e lei completamente assorbita nella sua tavola calda. Destino vuole che Monica venga arrestata, per colpa non sua, e, per evitare che il figlio, di ritorno dall’Inghilterra, lo venga a sapere, chieda aiuto a Giovanni. Quest’ultimo riesce a farla uscire con la condizione però che ella passi un periodo presso una comunità cattolica situata vicino al centro culturale dove lui sta lavorando.
La bellezza della fine di Come un gatto in tangenziale era la possibilità di poterla leggere sia come storia chiusa e finita, il messaggio era chiaro e romantico, che come apripista per un qualche continuo. Il successo ottenuto ha agevolato la scelta su come agire aprendo di fatto la strada a una ormai certa trilogia. I modi con cui si poteva riprendere il filo del discorso erano praticamente infiniti, con una possibilità di gioco e interpretazione cosi grandi che sbagliare approccio sarebbe stato complicato e soprattutto cervellotico. Fortunatamente Riccardo Milani, già regista e sceneggiatore del primo film, ha trovato un modo non solo assolutamente plausibile, ruoli e posizioni sono perfetti per riprendere il discorso nel modo scelto, ma estremamente funzionale sia al concetto di cui si parlava in premessa che all’approfondimento di quella zona grigia di cui ho parlato nella recensione precedente. Monica e Giovanni, infatti, e lo stesso può dirsi per i figli Alessio (Simone de Bianchi) e Agnese (Alice Maselli) che si trovano a Londra quale rappresentazione di un luogo di “mezzo”, escono dalle zone estremamente caratterizzanti del primo film (il centro di Roma per lui, la profonda periferia per lei) per incontrarsi in una specie di luogo intermedio nel quale, e qua sta la novità, si scontrano quotidianamente con qualcosa non proprio nelle loro corde. Questo confine allargato ha fatto si che ritrovassero sia le vecchie sensazioni (comunque mai completamente assopite) che sensi nuovi che proprio da questa immistione sociale hanno preso vita. Questo perfetto metaforico viaggio, che diventa quadruplo se pensiamo ai figli, ha però un grande limite generale rappresentato nella perdita del ritmo rispetto al primo film. Molti momenti, infatti, hanno un coinvolgimento empatico sufficiente ma non speciale, nel senso che risulta un po’ più forzato di quello che è stato e che probabilmente dovrebbe. Lo stesso finale, seppur costruito con attenzione e, a tratti, con delicatezza, se da una parte regala sorpresa dall’altro è a mio avviso troppo aperto. La necessità di un terzo capitolo è predominante con una definizione auto conclusiva decisamente debole. Questo se da una parte crea aspettativa per un prodotto comunque di ottimo livello dall’altro, ovviamente a mio avviso, lascia uno strano amaro in bocca su quelli che possono essere gli sviluppi che anche in questo caso, intelligentemente e fortunatamente dire, sono praticamente infiniti.
Ancora una volta assolutamente convincenti Paola Cortellesi e Antonio Albanese. L’impressione perenna senza possibilità di smentita è che orami si trovino senza sforzo…quasi naturalmente. Non sullo stesso livello, almeno per quello che avrebbero dovuto rappresentare, sia Luca Argentero, seppur in ruolo che istintivamente gli calza a pennello, che Sarah Felberbaum. L’impressione, nonostante la buona prova, è che avrebbero potuto sporcare di più la storia, un po’ come è stato per Claudio Amendola e Sonia Bergamasco (stavolta un po’ ai margini) nel primo film.
Ritorno a Coccia di morto ripercorre le orme del primo film collocandosi tra la commedia pura e il sentimentalismo. Il viaggio è giustamente e perennemente oscillante con una punta di sani principi che altro non sono che le regole imposte da se stessi come giuste e da seguire. In questo circolo, come detto, rispetto a Come un gatto in tangenziale la parte di grigio si amplia ma solo nel particolare. L’unione tra Giovanni e Monica, infatti, è comunque un qualcosa che esce da uno schema generale di comprensione e che quindi si colloca in quel piccolo limbo dove la razionalità viene sconfitta dalle emozioni. Un concetto che seppur nella logica dovrebbe essere la normalità, allo stato attuale delle cose è molto più raro di quello che si pensi. Questo evidentemente Riccardo Milani lo sa e su di esso ha fatto girare, in atteso dell’inevitabile terzo film, questa piccola e intensa storia che altro non vuole dirci che certe cose possono disintegrare tutto…anche castelli ritenuti invalicabili.
Jonhdoe1978
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