
Destino, scelte e prospettive. Queste sono tre tra le cose che influenzano maggiormente lo sviluppo di ogni vita con una proporzione in percentuale che, però, è sempre diversa legata com’è alle infinite variabili di inclinazioni personali.
Nel 1949, in Polonia, Wiktor Warski (Tomasz Kot), famoso pianista del luogo, è incaricato di trovare dei giovani talenti per la formazione di nuova compagnia folcloristica di ballo e canto. Durante le audizioni rimane affascinato sia dalla voce che dal portamento di Zuzanna “Zula” Lichoń (Joanna Kulig) giovane e misteriosa ragazza con un passato di violenza e soprusi.
Andiamo da un’altra parte…li la vista sarà migliore…
Con queste paradossali e allo stesso tempo paradisiache parole si conclude Cold War, uno dei film emozionalmente più intensi degli ultimi anni. Una storia la sua, scritta e girata da Paweł Pawlikowski, già Oscar nel 2015 con Ida, che trova il suo fondamento nell’assolutismo del destino, in quel famoso secondo in più o in meno, che poi segna anche le scelte, che fa cambiare tutto tramutando una pianta in un albero o viceversa.
Con sullo sfondo le macerie della seconda guerra mondiale e il tragico e soffocante espandersi del bieco comunismo russo, il film gira tutto sull’inevitabile danza d’amore tra Wiktor e Zula accomunati e uniti, nonostante i continui rifiuti seguiti spesso da fughe immotivate, da un sentimento che va al di la della semplice comprensione e che risiede in un limbo emozionale ai più nascosto. Luogo nel quale le aspirazioni tratteggiano delle sfumature diverse assumendo quasi i contorni dei sogni e soprattutto, dove l’irrazionale e l’ingiustificato diventano il normale quale giustificazione di un pensiero incontenibile. Le scuse, le distanze e soprattutto il tempo quando li incontra perde inesorabilmente come se il suo scorrere fosse diverso da quello che normalmente si percepisce. Una frazione di secondo e anni sembrano ieri e l’emozione provata come se fosse sempre l’oggi. Quando si posano gli occhi addosso il contorno diventa tutto sbiadito e la luce e l’attenzione cala solo sui margini dell’altro come un filtro automatico dal quale non esiste in natura il tasto off.
Ma proprio questo essere dei due, ogni volta, sembra diventare paradossalmente il loro limite. Il continuo, soprattutto da parte di lei, auto infliggersi allontanando quello che a conti fatti, è tutto quello per cui prova davvero l’infinito, sa quasi di beffa. La sensazione perenne è che Zula sia sopraffatta da un passato e da un periodo storico troppo turbolento che le impedisce di trovare una dimensione coerente anche all’interno di una possibilità e di una speranza. La sua fuga da Parigi sa di maledizione, di ingiustificata sofferenza, nonostante la voglia, all’interno del successo, di ritrovare il mondo di origine, la Polonia, che comunque, in un modo o nell’altro sembra donarle una sicurezza e una tranquillità diversa. La frenesia dello spettacolo logora Zula, che non tradisce solo Wiktor ma e soprattutto, se stessa, sfregiando metaforicamente sia il suo corpo che la sua anima. Il suo livello di precarietà travolge ogni cosa trasportando l’apparente e aggiungerei, bellissima possibilità in un modo per rimischiare tutto, rimettere in gioco le ruote del destino che stavolta sembravano essersi fermata nel punto giusto distribuendo a loro due, finalmente, i numeri vincenti.
Questo è il momento in cui, a mio avviso, il film cambia definitivamente passo schiacciando regole consolidate e issandosi su quel concetto di necessità e soprattutto, eternità a cui mirava. Il completo annullamento fisico, quell’ultimo tentativo da parte di Wiktor per un futuro insieme, è struggente e al tempo stesso spiazzante, un circolo assoluto di sensazioni che per quanto forti non riescono a contenersi o canalarsi. L’insostenibile debolezza si mischia con i sbagli e le scelte diventano pesanti quanto leggere non trovando un motivo per non raggiungere un punto fermo per un legame che sembra essere nato lo stesso giorno del mondo. La sconfitta e la vittoria si fondono in un attimo dando quella strana sensazione di bellezza nonostante l’apparente tragedia, come se in qualche modo nella mente rimanga non tanto l’epilogo ma l’amore per sempre, quel tramonto eterno comune nel quale rispecchiarsi.
La regia di Paweł Pawlikowski, sa di passato, di quella splendida abitudine di fermarsi nei particolari, di far assaporare attimi e discorsi senza che nessuno degli attori apra bocca. Il bianco e nero è forse il vero colore del film, nel senso che sembra trasmettere un sentimento che oggi molte volte sembra lontano, scansato da una vorace velocità che ha abbassato il nostro livello di sensibilità.
Ritrovarsi in questo film è quasi poetico e questo se si riesce, all’interno di una splendida tragedia, a raccogliere i petali che esso dissemina. La travolgente passione, la vibrazione incontrollata, la bellezza del contatto sono cose che a prescindere da ogni cosa vanno vissute, cosi come l’inconfutabile accettazione che ci sono legami che vanno oltre il comprensibile nonostante le loro stigmate di sbagliate o complicate. Soprattutto Wiktor non tramette mai rimorso per quello che succede, il suo tentativo continuo di rendere dritta la sua (loro) vita con tutte le difficoltà del caso, ha il sapore quasi epico dell’abbandonarsi alla corrente dell’amore. Lui per lei ha perso tutto: il lavoro, il mezzo per farlo, la libertà per anni ma alla fine, cosi come Zula, affronta l’ultima danza come fosse l’inizio di una grande festa. Ed è qui che sembra alzarsi definitivamente il sipario, perché in quella vista migliore di cui si diceva all’inizio sembra davvero cominciare il loro concerto eterno senza spettatori. Non servirebbero.
Jonhdoe1978
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