
Una famosa illustrazione, che ha fatto il giro di tutti i social, ci dice che siamo fatti per il 95% dei film che abbiamo visto. Partendo dal presupposto che ognuno sceglie se identificarsi o meno in questa affermazione, personalmente, la estenderei anche alle frasi dei film che abbiamo ascoltato, sia per il loro essere entrate nel nostro personale vocabolario che per quel senso di trasporto che ci creano.
Caruso Pascoski (Francesco Nuti) da quando ha memoria è sempre stato fidanzato con Giulia (Clarissa Burt), con la quale, dopo anni di fidanzamento, convoglia a nozze. Laureato e diventato psicanalista, la vita gli sembra scorrere nel migliore dei modi fino a quando, senza apparentemente motivo, Giulia lo lascia, chiedendo successivamente, il divorzio.
Francesco Nuti in tutti i suoi film, interpretati o girati, ci ha sempre parlato d’amore. E non di quello passeggero come una leggera brezza marina in pieno settembre, ma di quello vero, profondo e che ti cinge come un vento caldo, per tutta la vita.
Nel caso specifico, parte da un presupposto forte, la conoscenza e il sentimento che nasce da piccoli e che cresce inarrestabile negli anni, sino alla stabilità familiare. Già questo passaggio mostra la delicatezza del regista e il suo modo unico e soffice di raccontare, combinando come una danza, la costruzione di un amore con lo sfondo sociale e di abitudine che inesorabilmente, cambia e si evolve. All’improvviso però, arriva il punto di rottura, l’inevitabile fulmine che colpisce qualsiasi esistenza, la situazione che, con diversa intensità, sconquassa le abitudini, ridefinendo priorità e atteggiamenti.
Nuti dirige in maniera intima, esasperata, grottesca e raffinata un film sulle curve della vita, con le sue contraddizioni e il suo modo poetico di fare, a volte, solo un grande giro per riportarci li dove dobbiamo e vogliamo essere. Per farlo usa un estremismo narrativo, un cavalcavia di sensazioni che mischiano e fondono in maniera genuina, l’amore con il puro desiderio fisico.
Uno psicanalista in crisi, uno studioso della mente umana che cerca di donare equilibrio emotivo al prossimo, che si lascia andare cercando nell’alcool e nell’astrazione della realtà la risposta ai picchi dolorosi, della solitudine e della non comprensione. Su questa splendida contraddizione disegna una storia terrena, che mischia le possibilità con la razionalità, l’imprescindibile sensazione che la mente si relazioni ai nostri comportamenti in modo diverso a seconda se le cose siano nostre o di altri. La dimensione di tolleranza e accettazione cambiano, come il nostro essere disposti all’estremismo per assecondare tali desideri e bisogni. Il tutto condito e alleggerito dal suo innato modo soave di dire, l’esprimere, regalando un sorriso, le montagne russe delle emozioni e il loro modo di strattonarci inevitabilmente.
Mischia il paradosso alla realtà, alternando personaggi improbabili a persone ben attaccate al comune sentire, come se avesse voluto tirare da una parte e dall’altra, stando ben attento a non uscire dal messaggio che voleva dare.
La terza persona che inserisce nel connubio tra lui e l’amore, Edoardo (Ricky Tognazzi), segue quel concetto di incomprensione con il proprio io, la lotta tra il pensato e l’essere con cui colora tutto il film. L’ennesima estremizzazione che fa il continuum con il troppo fare l’amore denunciato dall’avvocato o il nascondersi, addirittura mascherandosi (meravigliosamente), per avere, di nuovo, intimità con la propria moglie. Quest’ultima situazione è senza dubbio, il punto più alto del film sia in termini di comicità pura che dell’intrinseco significato che si voleva dare a tutta la storia. Una specie di matrioska della vita, un uno dentro l’altro inevitabile, voluto, imprescindibile e a volte, inatteso.
Francesco Nuti è straordinario, a mio avviso come sempre, nel suo personaggio, un misto perfetto tra amante e tenero ingenuo. Clarissa Burt, scoperta proprio da lui e all’esordio come attrice, non può stargli dietro, si arrangia come può, ma i limiti interpretativi sono evidenti. Bravissimo, come spesso gli è accaduto, Novello Novelli, nei panni del maresciallo cordiale, come collante tra il Caruso dottore e il Caruso folle.
Personalmente credo che per pensare un film del genere, nonostante le palesi esemplificazioni, ci voglia una grande sensibilità, un modo personale di vedere le cose. E’ come se avesse fatto combaciare il sentimento più puro dell’anima, l’amore, con le incongruenze più bieche, in una sorta di incontro improbabile. Non si capisce e non spiega perché Caruso e Giulia si sono lasciati e perchè avessero bisogno di altre esperienze per rincontrarsi, ci dice che è successo, mettendo in mezzo più la percezione che altro. Nelle grottesche spiegazioni lascia uno spazio bianco in cui ognuno può scrivere quello che vuole, con però, in mezzo gli inevitabili elementi di contrasto per dare, a suo modo, colore a quel bianco.
Il mio colore è blu intenso come la frase, facendo seguito alla premessa, che mi porto dietro da una vita e che per ragioni di pura opportunità, non rivelerò.
Il messaggio finale segue quel concetto tra sicurezza e imprevedibilità che ci attaglia, di quel posto sicuro in cui tornare che ognuno, volente e nolente, indipendentemente da quale sia, vuole avere e questo a prescindere, che siano le 16, le 17 o…all’8!.
Jonhdoe1978
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