
Il fantasy è un genere aperto in cui è possibile inserire qualsiasi elemento, per quanto appunto fantasioso, si vuole. Il rischio che, però, si corre con tale libertà è di esagerare, di marcare troppo la distinzione tra il nostro mondo e quello, nuovo, riducendo cosi, la possibilità di immedesimazione.
Vignette Stonemoss (Cara Delevingne) è una fata che ha perso la sua casa e che ora combatte contro il “Patto” cercando di salvare più suoi simili possibili per poi, trasportarli oltre oceano. In uno di questi tentativi, vista la situazione, è anch’ella costretta a imbarcarsi, destinazione Burgue, città dai mille volti e, teoricamente, dalle mille possibilità. Durante il viaggio la nave, viene sorpresa da una tempesta, si capovolge e si infrange sulle coste della città. Vignette sarà l’unica sopravvissuta. In questo stesso luogo, vive Rycroft Philostrate (Orlando Bloom) ispettore della polizia impegnato nella ricerca di un brutale assassino e legato alla giovane fata da un passato oscuro e soprattutto, scomodo.
A memoria non ricordo una serie Tv che in cosi poco tempo sia riuscita a mettere nel piatto cosi tanti temi e in certi casi, anche sfumature diverse dello stesso tema. La cosa oserei dire, stupefacente è che ci si è riusciti senza nessuna sovrapposizione, ogni elemento è riuscito a trovare la sua esatta collocazione e le eventuali unioni di situazioni e sentimenti sono stati voluti e quindi, mai capitati, per confusione narrativa. Quest’ultimo era senza ombra di dubbio, il rischio più grande, il mettere nel calderone troppi messaggi senza riuscire a darne risposta.
In un mondo alternativo con le fattezze della Londra dell’ottocento, René Echevarria e Travis Beacham ci raccontano una storia complessa, fatta di solitudine, rimorso, astio, tristezza e soprattutto diversità. Quest’ultima è sicuramente il tema portante, il filo che unisce tutte le varie storie, la leva che muove tutti i personaggi e questo a prescindere se nel bene o nel male. Il fantasy a mio avviso, è stato un geniale escamotage per raccontare in maniera più consapevole la nostra realtà. Il razzismo, la sete di potere, l’intoccabilità dei potenti, lo sfruttamento dei più deboli, l’incapacità di accettare qualunque cose ci sia distante, la guerra, il voltare le spalle a qualunque cosa non capiamo, la gelosia, la vendetta, sono tutte cose, infatti, a noi ben vicine e facilmente identificabili. Questo ha comportato l’accettare immediatamente questa nuova dimensione, la possibilità di potersi immedesimare sia nei personaggi che nelle singole situazioni affrontate. L’intelligenza degli autori (all’inizio il progetto doveva essere affidato a Guillermo del Toro) è stata quella di mitigare tutte queste crude e cupe condizioni con dei messaggi di speranza, riguardanti soprattutto l’amore, in quel concetto necessario che ogni storia, anche la più dura, ha bisogno di aria. Anche l’amore, appunto, quello bello, naturale, prende le sue mosse, almeno inizialmente dalla diversità: una fata e un uomo. Vignette e Philo (il soprannome di Rycroft Philostrate) trovano il loro posto comune nel mondo in maniera casuale, guardandosi per quello che sentono, unendosi a prescindere da un destino avverso o al modo bieco che la maggior parte degli uomini hanno di vedere le cose non uguali. Si uniscono, si abbracciano, si affidano l’uno a l’altro, scoprendo e sorreggendo un cuore che va oltre le forme dell’orizzonte che vedono.
La separazione successiva, il buio di anni, ha creato solo una corazza superiore, un modo per difendersi meglio da un mondo chiuso, dove non c’è spazio sia per l’altruismo che per donare una mano di aiuto. Nonostante il rimorso e la rabbia, loro rimangono tra i pochi che riescono a guardarsi negli occhi trovando una luce comune su cui rischiarare una continua oscurità dilagante, come una notte ciclica e che spesso toglie il fiato.
La loro, insieme a Imogen (Tamzin Merchant) e Agreus Astrayton (David Gyasi) sono sicuramente le figure luminose della storia, un modo per donare una speranza a una civiltà soffocante, dove il sopruso e l’avidità la fanno da padrona.
La parte magica, nel senso di rappresentazione visiva dei personaggi e creature è di altissimo livello e che trova forse la sua parte più debole nel mostro protagonista, il Darkasher gigante. Credo che su di lui ci sia stata poca fantasia, forse pensando, erroneamente, che tutta la sua forza l’aveva più su quello che rappresentava a livello di idea, che sull’aspetto fisico. Questa non è stata l’unica leggerezza, ma sicuramente la più grave perché non poteva essere nascosta o comunque ammorbidita da nessun’altra situazione collaterale.
Negli ultimi anni, molti attori che con successo si erano dedicati solo a lungometraggi si sono avvicinati alle serie, probabilmente convinti che ormai, esse facciano parte in maniere sostanziale, della vita di ogni spettatore. E cosi anche Orlando Bloom, comunque da un po’ sparito dai radar cinematografici, si è tuffato in questo nuovo modo di affrontare il cinema, uscendone assolutamente vincitore. Anzi posso dire che non lo vedevo cosi completo da diverso tempo, è come se avesse resettato completamente se stesso per ricominciare a vivere una seconda carriera. La sua figura intermedia, mezzo uomo e mezzo alato, gli calza a pennello, riesce attraverso le espressioni, a donare il turbamento emotivo del personaggio, il suo continuo nuotare al limite del baratro con però, un occhio nel vedere se una fata, la sua fata, venga a prenderlo.
Nulla da dire neanche su Cara Delevingne, ma direi sul cast in generale, ognuno ha trovato la sua dimensione immediatamente e si è mosso per quello che doveva.
A parte qualche leggerezza sparsa, soprattutto nelle ultime due puntate, il grande limite di questa serie, come spesso accade ultimamente, è la fine…troppo aperta e che non chiude nulla. Il problema non è tanto questo (non vedo l’ora che esca la seconda parte) ma che il continuo è stato confermato mesi dopo l’uscita di questa prima stagione. Questo dimostra che non c’era un progetto a lungo termine stabilito dall’inizio (come ad esempio in Peaky Blinders) ma un navigare a vista che avrebbe potuto non portare alla luce nessun seguito lasciando di fatto, non conclusa nessun situazione. Una produzione ha il dovere di programmare seriamente queste cose, per rispetto soprattutto, di coloro che poi le permettono di sopravvivere: gli spettatori. Detto questo si sono messe le basi per un discorso lungo e intrigante con in mezzo due ali e due mani quale segno di qualcosa di unico, di un bagliore che non può essere fermato, troppo legato a un qualcosa di profondamente indispensabile e necessario.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento