
Verso alcuni personaggi abbiamo un’accondiscendenza e una predisposizione istintiva che ce li fa apprezzare qualsiasi sia il contesto e la situazione. E’ come se in maniera del tutto inconsapevole, riuscissero a donarci un senso di serenità e di soddisfazione naturale e incontrollabile alla quale ci abbandoniamo senza nessuna difficoltà.
Siamo all’interno di una foresta e da un aereo che sta precipitando, viene lanciato un bambino con un paracadute. Salvato da morte certa da un albero che frena la sua caduta, attira l’attenzione di tutti gli animali del luogo, curiosi di sapere chi fosse. Cresciuto con loro, molti anni dopo, alcuni esploratori lo ritrovano e decidono di portarlo clandestinamente in Italia per studiarlo.
Il livello di soddisfazione che ogni film di Adriano Celentano mi da e direttamente proporzionale ai sorrisi spontanei che le sue movenze e il suo modo di parlare mi creano. Non fa ovviamente, eccezione a questo assunto Bingo Bongo, film che in qualche modo ripercorre o anticipa tematiche complicate quali la caccia, il rispetto del mondo e soprattutto, le diversità. L’essere una specie di ibrido fisico e psicologico è stato il perfetto ponte per il regista Pasquale Festa Campanile per raccontare la crudeltà e l’egocentrismo dell’uomo che ha come mira il controllare chi è diverso da lui trattandolo come un altro essere da ammaestrare e sottomettere. Il paradosso, peraltro perfettamente specificato in una delle due canzoni originali dello stesso Celentano, Jungla di città, è la percezione di incomunicabilità che il mondo animale, più istintivo e sincero, ha di quello umano, visto come frenetico ed egoista. Sotto questo aspetto il film assume connotati quasi disillusi, raggiungendo il suo punto di equilibrio nell’amara considerazione finale che solo per un evidente tornaconto, il genere umano decide di arrivare a patti con qualcuno che per definizione reputa inferiore.
Una triste quanto attuale verità, raccontata comunque, nel mondo più dolce possibile continuando il filone di quegli anni nel quale si riusciva perfettamente a combinare la comicità con il messaggio. Comicità che trova, a mio avviso, il suo culmine nelle prime parole del suo protagonista che arrivano addirittura 70’ minuti dopo l’inizio del film. Questo dimostra la buona costruzione narrativa del concetto di apprendimento e conoscenza accompagnata, c’è da dire, dall’escamotage della voce narrante fuori campo di Bingo Bongo che permetta, comunque, di capire con facilità indirizzo e motivazioni. Questo non oscura la buonissima interpretazione di Celentano favorita, peraltro, dall’utilizzo estremo delle sue movenze da “molleggiato” di cui, insieme alla parte cantata, se ne fatto largo uso nella parte centrale della storia quale collegamento tra l’incipit e lo sviluppo.
Come accennato precedentemente, all’interno di questo film troviamo tracce evidenti di altre storie quali: Tarzan, il libro della giungla e soprattutto, il dottor Dolittle, fiaba della fine anni novecento dove il protagonista riusciva a parlare con gli animali. Nel caso specifico questa particolare caratteristica ha una valenza completamente diversa e serve esclusivamente come mezzo per denunciare le barbarie subite dagli animali direttamente dalla loro voce. Bingo Bongo diventa improvvisamente, il rappresentante di questa denuncia, la persona che riesce a far comunicare, per una volta, vittima e carnefice alla ricerca di un nuovo equilibrio.
Come ogni commedia all’italiana che si rispetti non poteva mancare la figura femminile, la musa che aveva la funzione di accompagnare il protagonista nel suo cambiamento di approccio, di comunicazione e di prospettive. Il concetto generale è che l’amore ha la capacità di stravolgere la vita senza per questo farci sentire persi se non quando lo si perde. Ed è proprio questo cha fa la dottoressa Laura (Carole Bouquet): dare una motivazione a Bingo per apprendere, impegnarsi e alla fine rimanere nella sua nuova casa e trovare una nuova dimensione. La sensazione è di un messaggio parallelo a quello evidenziato sulle diversità, come se si sia voluto mostrare anche la parte bella e profonda dell’uomo e non solo quella opportunista e bieca. Una specie di buio e luce alternata con un’anima di speranza nella parte finale come atto dovuto alla propria coscienza e alla propria sensibilità.
Proprio la speranza, insieme alle varie problematiche sociali o di rapporti, è sempre stata la vera anima dei film nostrani del periodo. Intorno alla comicità, più o meno estrema, infatti, c’è sempre stata un’attenzione particolare a lasciare e a dare un segno di positività, la possibilità concreta di vedere e vivere un futuro roseo per quanto diverso. Bingo Bongo è l’esempio lampante di questo modo di fare cinema fatto di risa spensierate che però non vietano di vedere quanto, a volte, ci sia di poco coerente nell’uomo seppur con all’orizzonte l’amore che come sempre, pulisce tutto, dando un colore differente a peccati e peccatori.
Jonhdoe1978
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