
Se dovessimo semplificare al massimo la struttura di un film potremmo tranquillamente dire che essa è composta da una preparazione (premessa, incipit), uno svolgimento e una fine. Il rapporto tra queste tre macrocategorie, è qui sta molto nella mano/penna del regista, è sempre diverso con una proporzione soggettiva e figlia delle intenzioni, del messaggio e delle implicazioni emotive o semplicemente narrative che si vogliono trasmettere. Se questa ricerca, o iter, è vera in generale, nel genere horror, per tantissimi motivi che vanno dalla profilazione eccessiva agli stereotipi ormai consumati, è ancora più marcata, con il primo punto, la preparazione, che la fa (e deve farla) indubbiamente da padrona.
Tess Marshal (Georgina Campbell) e Keith (Bill Skarsgård) si ritrovano, a causa di una doppia errata prenotazione, a condividere una casa ai confini di Detroit. I due, nonostante l’imbarazzo iniziale e l’ora tarda, decidono comunque di passare la notte insieme, lei in camera e lui sul divano, decidendo di rinviare al giorno seguente la risoluzione dell’evidente disguido.
Mettere le basi per il terrore è tanto importante quanto l’orrore stesso. Cosi come giustificare in maniera convincente l’orrore è indispensabile quanto descriverlo.
Il genere horror (o thriller/horror), come più volte detto, è molto particolare sia perché il termine di giudizio è storicamente diverso da qualsiasi altro (le valutazione seguono una gerarchia tutta loro) che per l’inevitabile interconnessione, come detto nella premessa, tra premessa e conclusione. Quello che si cerca, infatti, non è tanto un legame indissolubile tra inizio e fine quanto trovare suspance e curiosità nell’approccio e soddisfazione, anche nel dubbio, negli ultimi secondi. Proprio la differente portata tra questi due momenti è senza dubbio il più grande limite, seppur all’interno di un buon prodotto, di Barbarian.
La creatura di Zach Cregger, regista e sceneggiatore, a mio avviso, regge, anzi si esalta, per un’ora abbondante per poi convergere in qualcosa che sfugge dalla novità e dall’originalità, peraltro continuamente cercata, per atterrare nella più classica delle fini.
I primi minuti giocano, egregiamente, su un continuo alternarsi di sospetti (l’utilizzo di Bill Skarsgård, il nuovo It, aiuta molto) con poche domande (chi sono i protagonisti? che nasconde la casa?) ma saggiamente centellinate e gestite. Chiuso questo momento se ne aprano improvvisamente altri (e questo si che è stato originale e sorprendente) che in maniera assolutamente coerente riescono ad inserirsi nel contesto senza deviarne o alterandone la continuità narrativa. Tutto questo coinvolgimento però, come purtroppo spesso accade e come accennato, all’improvviso si smorza, rimane un solo colpo di scena di un certo livello, per trasformarsi in qualcosa di normale. Mi spiego. La soluzione di un qualcosa di egregio necessita a livello emozionale di un qualcosa di altrettanto importante andando cosi a compensare stimolo e appagamento. Se il secondo si adagia, nell’ambito comunque di un buono spettacolo, il primo inevitabilmente si ridesegna in maniera un pizzico più scolorito.
E’ indubbio che la forza del film non si fonda sul cast e sulla sua interpretazione. Tutti gli attori impegnati, Justin Long in primis, vengono completamente oscurati dalla trama e dagli eventi. Questo, a differenza di quello che si potrebbe pensare d’impatto, non è per forza un difetto ed anzi alcune volte, Barbarian è uno dei casi, una diretta conseguenza della bellezza dell’idea.
Trovare dei film horror completamente soddisfacenti e appaganti è sempre più complicato. Ed è probabilmente per questo che quando se ne trova uno che esce evidentemente dal coro dell’anonimato si tende ad esaltarlo con forza. Barbarian è indubbiamente un buonissimo film, ma non quel mostro di originalità che da più parti si è detto. Senza dubbio per lunghi tratti ti rapisce e ti stupisce, la divisione a capitoli (metaforici) è gestita perfettamente, ma l’epilogo almeno personalmente, mi ha dato la sensazione di occasione persa. Il messaggio che si voleva mandare con questa storia sarebbe arrivato pienamente anche con qualche deviazione più drastica, peraltro in linea con tutto quello mostrato, e decisa. L’indole e la ragione, le mostruosità e le sue conseguenze (l’intermezzo narrativo storico è bellissimo) e l’irrazionale bisogno di condivisione e autoconservazione avevano già segnato il loro cammino e qualcosa di un pizzico più folle lo avrebbe reso ancora più luminoso. Ultima annotazione sulla regia. L’attenzione si cattura non solo con quello che si vede ma con quello che si riesce a far immaginare. In certe circostanze una piccola luce posizionata in un determinato modo in una stanza enorme buia racconta molto di più di qualsiasi spiegazione o dialogo. Ecco questo, in Barbarian, Zach Cregger ha dimostrato di saperlo fare molto bene. La casa, soprattutto all’inizio, ha parlato per lui esaltando sia il contrasto storico della sua origine che il contesto sociale (l’inquadratura del quartiere di giorno paragonato a quella di notte è efficacissima) nella quale era incastrata. Un pizzico più esplicita, e non poteva essere diversamente, la costruzione dell’umanità dei personaggi che ha trovato la sua realizzazione finale (ed è qui che si sarebbe dovuto spingere) nell’antica contrapposizione tra io assoluto e noi indispensabile.
Jonhdoe1978
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