
Il nostro cervello è un bilanciato e delicato pendolo che normalmente oscilla armonicamente tra quello che facciamo e quello a cui aspiriamo e intimamente pensiamo. Se l’intervallo tra questi due momenti, necessari entrambi, cambia drasticamente di proporzione, infatti, il nostro equilibrio viene pericolosamente alterato con una capacità di giudizio, in un senso o nell’altro, che smarrisce le sue costanti.
Massimo Sisti (Elio Germano) è un dentista di mezz’età che vive con la moglie Alessandra (Asdrid Casale) e le due figlie Ilenia (Federica Pala) e Laura (Carlotta Gamba). La sua è una vita normale e l’unica cosa che si concede è una bevuta settimanale con il suo migliore amico Simone (Maurizio Lastrico). Un giorno scende nello scantinato della propria abitazione e trova, con sua grande sorpresa, una bambina legata e imbavagliata di cui non conosce ne l’identità ne il motivo per cui si trovi li. Decide di approfondire senza per il momento parlarne con nessuno.
Nell’immaginario collettivo l’America Latina viene percepita quasi come una terra fantastica nella quale sogni e idealizzazioni possono in qualche modo prendere vita. Questa concezione, ovviamente fuori da una lucida logica, nasce sia dalla distanza che tale regione ha da noi (intesa come Europa) che dalle immagini e dai racconti che da essa provengono e/o giungono e che in qualche modo ne hanno costruito credenze e mito. Proprio questo misticismo e senso metaforico intorno a questo nome ha ispirato il titolo del nuovo film, dopo a mio avviso il pessimo Favolacce, dei Fratelli D’Innocenzo, quale rappresentazione di quel limbo tra apparenza e realtà che essa, appunto, trasmette. America Latina, stavolta inteso come il film, si lega a doppio filo a questo concetto mostrandoci con discreta cura quel sottile filo tra follia e autodifesa, intesa quest’ultima come la ricostruzione mentale di qualcosa che non c’è o che è diversa, che a volte si crea a protezione delle proprie colpe e dei propri sogni. Proprio la capacità di conciliare narrativamente la profonda dicotomia concettuale tra questi due termini, di per se distanti, ha la conseguenza, anche attraverso un’impostazione visiva giustamente marcata, di aprire un varco interpretativo ed emozionale di questo film assolutamente altalenante (in senso positivo) che porta lo spettatore a compatire oltre il lecito il protagonista. Soprattutto nella parte finale, infatti, si crea in chi lo guarda una specie di comprensione amorevole immotivata, la ricerca dell’amore e della sua conservazione prescinde dalla sua tangibilità, che smorza, anche grazie al gesto finale, l’animalesco gesto e le sue possibili conseguenze. Anzi proprio negli ultimi secondi quasi scompare il senso negativo di tutta la storia che, quindi, esalta (e l’immagine della locandina con il buco in testa ne è la perfetta rappresentazione) il punto di rottura e di non ritorno di Massimo perso ormai dietro la costruzione di una vita sperata e in qualche modo (il percepito per essere reale a volte prescinde dal tatto) vissuta. La sensazione infatti, è che il nostro protagonista abbia ormai deciso, consciamente o no non lo sappiamo, di lasciare andare tutta la sua vita per continuare a percorrerla per come l’ha creata, quasi che la follia vera sia di accettare la sua irrealtà.
Essendo tutto il film basato molto sulle immagini più che sul parlato era ovvio che per la sua riuscita o meglio per far in modo che tutta l’inquietudine, soprattutto riguardo alle domande che le varie scene creavano, arrivasse in pieno era necessario da parte degli attori di una prova piena e penetrante. Obiettivo ampiamente raggiunto da Elio Germano autore di una prova, appunto, maiuscola per intensità e per capacità comunicativa. La storia lo porta a essere in molti tratti l’indubbio faro e lui non solo non la subisce, ma la rende probabilmente ancora più credibile di quella che è.
A livello cinematografico non mi sono mai lasciato influenzare da pregiudizi o simpatie epidermiche ritenendo che l’opera in se vada sempre e comunque valutata oltre questi sentimenti. Per questo dopo Favolacce, di cui ho avuto e ho istintivamente una profonda avversione, mi sono avvicinato a questo film solo con curiosità e non con l’intenzione di bocciarlo in ogni caso. E a conti fatti America Latina non solo non è da bocciare ma per lunghi tratti è da apprezzare sinceramente e con convinzione. La storia è cupa quanto intensa con un finale, utile a rimettere insieme tutti i pezzi del puzzle, tanto triste quanto a mio avviso delicato e spiazzante. Il percorso del protagonista, infatti, è inverso rispetto a quello che ci si possa aspettarsi, e lo porta, piano piano, a ridurre il suo spazio cognitivo sino a sovrapporre completamente l’immaginato con il reale. Proprio questa coincidenza alla fine però diventa paradossalmente la sua salvezza, il canto morale finale che inconsciamente gli fa prendere la decisione giusta seppur con la scusa di conservare l’amore che prova, che comunque in qualche modo è vero e tangibile. Perché alla fine al di la dell’estremismo narrativo, quello che realmente non ci fa precipitare e che ci dona piacere e benessere è sempre la percezione emotiva di quello che abbiamo a prescindere da dove sia o risieda.
Jonhdoe1978
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