
Ogni film nel momento in cui viene pensato, ha, a mio avviso, la necessità di avere aria, di far respirare allo spettatore almeno una piccola possibilità alternativa e questo anche se la destinazione scelta è completamente chiusa.
Una voce narrante ci dice che ha trovato un diario scritto in una lingua semplice e con un verde acceso, che solo i bambini potrebbero usare. Siamo nella periferia di Roma con l’estate alle porte e tutti i componenti di tale comunità affrontato a loro modo, stagione e problemi.
Favolacce è un film cupo, per lunghi tratti disturbante e che, secondo me, non ha ragion d’essere. Il tentativo di raccontare uno spaccato estremo della società si scontra con la completa assenza di parametri reali che lo rendono solo una fiaba nera dalla quale stare lontani. La realtà può essere crudele, così come la vita, ma nell’ambito di un’esistenza esistono sempre, soprattutto nei più giovani, degli squarci luminosi sui quali aggrapparsi per pensare e credere che ci sia un sorriso oltre il buio. Il problema non è negare questo assunto, peraltro inconfutabile, ma estendere la sua negazione a un’intera comunità, una contraddizione che non sta in piedi neanche nei momenti peggiori di una persona.
I fratelli D’Innocenzo sono autori a mio avviso, di un film pretenzioso, nel quale copiano spudoratamente, le tecniche di inquadrature d’oltre oceano non riuscendo però, a trovare la stessa intensità. E questo a causa di una storia, o meglio storie, chiuse, soffocanti e nelle quali la tristezza la fa da padrona, non trovando mai un alter ego emotivo, non solo necessario, ma indispensabile. Fare una denuncia sociale raccontando piccole realtà è opera di per sé giusta, un dare voce a qualcuno che molto spesso non la ha. Ma farlo chiudendo i confini naturali del solo sogno o della speranza è come uccidere senza un motivo. Sì perché la distruzione o la tragedia può coinvolgere una, forse due famiglie, ma raccontarne di quattro in contemporanea è un’astrazione della realtà nata solo dalla follia di chi l’ha pensata. Roma tutto ad un tratto è vista come un insieme di piccoli comuni che non hanno nulla a che fare gli uni con gli altri, come fossero tanti piccoli mondi distanti senza nessuno punto in comune, piccoli spaccati quasi divisi da dei recinti insormontabili. Persone e luoghi vicini visti distanti, nel quale non c’è traccia di nessuna evasione, un concentrato inevitabile di disperazione e tristezza.
L’inconsistenza narrativa oltre che dalla base, si nota nel fatto che il gesto estremo finale non è abbastanza specificato. A parte la scena in cui Bruno Placido (Elio Germano) si rivolge ai figli, non ci sono momenti che giustificano il dramma conclusivo, aggiungendo un controsenso al controsenso. Nessuno di quelle piccole anime avevano un motivo valido per spegnere i propri sorrisi e mostrarlo in quel modo è stato solo un sopruso eccentrico di chi questa storia l’ha scritta. Una voglia estrema e volgare di voler mostrare un disagio, peraltro reale, di una parte della società.
L’elemento interpretativo è l’unica cosa che si salva, soprattutto per Elio Germano, che ancora una volta, è assolutamente impeccabile, un trascinatore spontaneo. Sia lui che tutti gli attori, non sono stati aiutati dalla presa diretta che ha comportato molto spesso, a non riuscire a comprendere una sola parola in certi dialoghi che poi a conti fatti, erano fondamentali. Tra tutti quelli sul bus tra Dennis (Tommaso di Cola) e Vilma Tommasi (Ileana D’Ambra) in quello che al termine della visione, risulta essere invece, uno snodo cruciale.
L’Italia ha bisogno di idee, autori e sceneggiatori che continuino il percorso geniale delle persone che ci hanno resi famosi nel mondo. Film come Favolacce, a mio parere, invece, è il modo di distruggere tale percorso, un modo per renderci piccoli e insignificanti. La nostra società è piena di esempi di famiglie numerose che se ne fregano di tutto e vivono con felicità e con il sorriso la loro esistenza, anche se con enormi sacrifici. Questo racconto annienta tutto ciò, soffocando e bruciando l’aria che ci circonda, come se la vita non avesse speranza, se le colpe dei genitori colpiscano sempre e in ogni caso, i figli e le proprie aspirazioni. Una melma inevitabile nella quale nuotare con l’impossibilità, anche muovendo velocemente le gambe, di potersi staccare e che anzi ci trascina giù, uccidendoci ancor prima di vivere. Il cinema ovviamente, non può essere sempre rosa e fiori, ha bisogno di storie nere, scure, ma ci deve essere sempre l’impressione di una scappatoia, di un modo anche solo immaginato, di uscirne. Negarlo è negare se stessi. Negare la scintilla che ci arde già nel momento del concepimento, quel fuoco con cui facciamo i conti tante volte, con un amico, con un amore, con il mare, con uno sport, con un lavoro o semplicemente con un sogno che si spegnerà solo quando non avremo più aria. Favolacce ci nega tutto questo, senza dirci perchè, senza spiegarci il motivo, raccontando una storia misera e impossibile al solo scopo di sentirsi dire di quanto profondi siano, tradendo il principio per cui il cinema è nato: l’immedesimazione, il sogno, il contatto e soprattutto, il possibile da vivere.
Jonhdoe1978























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