
Quando si è molto giovani si ha la tendenza a vedere e rivedere, senza mai stancarsi, sempre gli stessi film. Il motivo va probabilmente ricercato in quel bisogno innato, tipico di quell’età, di cercare e trovare delle certezze alle quali affidarsi e concedersi. L’eroe buono, persona o animale antropomorfo non ha importanza, senza sorprese diventa cosi il porto sicuro dove perdersi e la persona (intesa in senso omnicomprensivo) ideale sulla quale costruire avventure personali e uniche.
Joan Wilder (Kathleen Turner) ha appena terminato il suo ultimo libro con protagonista l’immaginario Jessie, emanazione della sua ricerca personale dell’anima gemella, quando gli viene recapitato un gigantesco plico proveniente da Cartagena, Colombia. Non considerato inizialmente importante lo ripone nella borsa e raggiunge la sua agente per un aperitivo e per consegnargli il manoscritto appena terminato. Al suo ritorno, dopo aver trovato la casa completamente sottosopra, riceve una telefonata che le intima di portare proprio a Cartagena quella busta, che altro alla fine non è che una mappa del tesoro recapitagli dall’appena defunto cognato, quale riscatto per la vita della sorella Gloria. Non con senza molta titubanza decide di partire.
Facendo subito seguito alla premessa e senza giraci troppo intorno, All’inseguimento della pietra verde rientra in quella dozzina (forse qualcosa in più) di quei film che tra gli 8 e i 13 anni ho visto a ripetizione e senza soluzione di continuità. Jack A. Colton (A sta per affidabile) insieme e per motivi tra di loro diversi, a Jack Burton, Rocky Balboa, Indiana Jones, John Rambo, Noodles, Glauco e Marino e Robin Hood, è stato uno dei personaggi su cui ho costruito più storie e avventure e questo principalmente per il suo essere tanto valoroso quanto pieno di difetti. Propria questa combinazione insieme a una storia dal ritmo invidiabile e meravigliosamente ironica, ora come allora, è uno dei segreti della bellezza di questo film che non fatico in certi momenti a definire geniale. Qual’è la città più vicina? Facciamo Roma e Io dico che da questa verrà fuori un’ottima giornata, sotto la pioggia incessante tropicale del luogo e dopo che i due protagonisti avevano fatto un volo nel fango di centinaia di metri, sono citazioni, infatti, per tempo e interpretazione, di livello cinematografico assoluto, perle immortali alle quali al solo pensiero sorge un sorriso sincero e spensierato. Proprio la spensieratezza è l’altro elemento caratterizzante di All’inseguimento della pietra verde e questo, è giusto ora specificarlo, al di la dell’età nella quale lo si guarda. La costruzione della storia, infatti, pensata e scritta dalla sfortunata Diane Thomas, nonostante una linearità narrativa evidente, trasmette sin da subito un non so che di appagante che porta lo spettatore ad immergersi senza difficoltà e con la mente sgombra all’interno dell’avventura. Questo senso di leggerezza e brio emotivo nasce a mio avviso, e non me voglia il bravissimo Robert Zemeckis, al suo primo vero successo, oltre che dal contesto romantico fiabesco per molti versi poetico, delicato e sognate, dalla prova ricca di personalità dei protagonisti che all’epoca erano lontani anni luce dalla nomea poi acquisita.
Per Michael Douglas, Kathleen Turner e in misura leggermente minore per Denny De Vito, infatti, questo film ha rappresentato il punto di svolta, il trampolino verso una carriera, peraltro poi dimostrata ampiamente meritata, di primissimo piano. Sino ad allora infatti, i tre, se si esclude qualche presenza qua e la, non erano saliti alla ribalta delle cronache, confinati per lo più in ruoli marginali e/o di contorno.
Per una donna girare l’angolo in pieno centro città e vedere una gigantesca barca con l’uomo dei sogni sopra mentre è intento a mostrare i suoi nuovi stivali di coccodrillo non ha prezzo. Ma allo stesso modo per l’uomo raggiungere la donna tanto agognata, con lo scafo desiderato, dopo aver inseguito il suddetto rettile in pieno mare aperto e sottratto dal suo interno il tesoro che aveva mangiato, è altrettanto unico. Proprio questa commistione finale di eventi, che la mente (e qui la spensieratezza di prima) non ha per un solo secondo ritenuto eccessiva e irrealizzabile, ha esaltato la splendida doppia prospettiva che il film voleva appunto mostrare. Due persone dal passato diverso, dal presente diverso e presumibilmente dal futuro diverso, che si incontrano per un puro e semplice caso trovando nell’altro, dopo un’avventura serrata, il motivo stesso della propria attesa. Ora al di la del messaggio, di per se non originale, quello che ha colpito nel All’Inseguimento della pietra verde era la sovrapposizione tra sogno e realtà, quell’immagine alla portata di tutti della possibilità tangibile sempre e comunque. Il tesoro e le peripezie per trovarlo ha aggiunto, soddisfacendo la nostra sete di mistero e labirinti, solo un quid in più a qualcosa che già intimamente sentivamo vicino e per certi versi necessario.
E’ ovvio che il mio giudizio complessivo di quello che comunque non si può non considerare un cult di genere, è inficiato da quanto detto all’inizio, ma è altrettanto vero che se questo film è entrato in quella mia cerchia ristretta dei torna indietro e play una ragione ci sarà. E quella ragione, come ogni cosa bella, va ricercata nella soggettività della percezione del messaggio che ognuno di noi ha di fronte a qualcosa. E il fatto che questa percezione, anche se con gli anni cambiano visioni e per certi versi credulità, rimane la stessa anche a tanta distanza di tempo dimostra come certi tasti scoperti (il luogo dove nascono le emozioni) rimangono sempre uguali, quello che cambia è quello raccontiamo e che a volte proviamo, ripeto proviamo, a raccontarci anche da soli.
Jonhdoe1978
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