
Una storia che potenzialmente avrebbe potuto dissiparsi dopo poco più di mezz’ora, ma che invece viene ripetutamente riattualizzata e irrobustita da JC Chandor, regista e sceneggiatore bravissimo soprattutto a far valere al meglio la sua scelta di affidarsi a pochissimi elementi.
E’ questa la forza di All Is Lost, opera seconda di Chandor dopo il sottovalutato Margin Call del 2011, con protagonista il solo Robert Redford. E, proprio come nella precedente pellicola, dove i protagonisti delle vicende ambientate a Wall Street si ritrovano prigionieri di regole sfuggite al loro controllo, anche stavolta il regista lascia il suo unico attore in condizioni estreme, apparentemente senza via d’ uscita.
Uno scontro tra l’ infinita potenza della natura e l’ uomo, di cui non conosciamo nulla…nemmeno il nome. Di lui si può intuire soltanto il desiderio di volersi lasciare qualcosa (o qualcuno) alle spalle e le buone possibilità economiche, mentre tutto il resto è lasciato alle libere supposizioni del pubblico, costruite sulla sola immobilità o la capacità di reagire di Redford all’ escalation di disavventure che lo coinvolgeranno.
All Is Lost è una riuscita armonia di immagini e suoni che chiude qualsiasi spazio alla parola, esclusa la prima parte ( comunque in “over”) quando il protagonista prova invano a chiedere soccorso via radio. Lo spettatore si ritrova immerso in una intensa esperienza sensoriale che assume pian piano i contorni di un Thriller. La camera non abbandona mai Redford dalla prima all’ ultima inquadratura e l’ attore di Santa Monica regala una viscerale e mai sopra le righe interpretazione, riuscendo ad emozionare con il solo ausilio di impercettibili cambi di espressione, confermando la scelta del suo ingaggio.
La regia è sobria, asciutta e soprattutto efficace. Ogni piccolo evento catastrofico che affligge la lotta per la sopravvivenza del protagonista (cercare di orientarsi con le stelle, riparare la falla alla barca, desalinizzare l’ acqua di mare, etc.) ci viene raccontato con minuzia di particolari, dando vita ad un assiduo ed altalenante mix di angoscia e tensione. Le riprese subacquee dell’ operatore Peter Zuccarini e le eccellenti musiche di Alex Ebert, fanno da perfetto supporto alla performance fisica di Redford, esaltando l’ immedesimazione dello spettatore con il protagonista che, per tutti i 105 minuti del film, torna a chiedersi cosa avrebbe fatto egli stesso nella medesima situazione.
Il finale è alquanto ambiguo e, oltre a lasciare sicuramente il pubblico diviso, suggerisce diverse allegorie: un’ ode contro il suicidio, la barca intesa come corpo umano (ferito e deperito) ed il tentativo di guarirlo fino all’ inevitabile dipartita, la barca è la vita e l’ oceano è il suo traghettare, la barca è l’ essere umano ed il mare è lo scorrere del tempo e chi più ne ha più ne metta. Ciò che a mio parere è di lampante percezione è che ad uscire trionfante da questa pellicola è meramente l’ essere umano e la sua voglia di vivere a qualunque costo. L’ uomo e nessun altro, visto che (a differenza di qualsiasi altro film sui generis) anche davanti alle situazioni più spaventose del suo calvario, il protagonista dribbla qualsiasi possibilità di richiesta d’ aiuto in Dio, affidandosi esclusivamente alla sua esperienza, al suo ingegno ed al suo istinto primordiale.
Alessandrocon2esse
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