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13 Hours (2016) di Alessandrocon2esse

⭐17 Luglio 2025 ⭐ Contrassegnato con: 13 Hours, 13 Hours Recensione, Recensione 13 Hours

13 Hours Interna

Con 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi, il regista/produttore Michael Bay mette (momentaneamente) da parte robottoni e fantascienza per affrontare una vicenda reale e (all’epoca dell’uscita del film) ancora calda: l’attacco del 2012 al complesso diplomatico americano di Bengasi, in Libia.

Lo fa senza rinunciare al suo stile ipercinetico e muscolare, ma con un sorprendente tentativo di sobrietà (relativa) e una tensione narrativa più lineare del solito. Il risultato è un war movie dai toni enfatici e retorici, ma anche, inaspettatamente, tra i suoi lavori più compatti e personali.

Il film racconta l’arrivo a Bengasi del contractor Jack Silva (John Krasinski), reclutato per un’unità di sicurezza privata che lavora a protezione di una base segreta della CIA. L’ambasciatore americano Christopher Stevens (Matthew Letscher), in visita presso una dependance poco distante, viene preso di mira da un gruppo jihadista. Ne segue una lunga notte d’assedio, durante la quale sei contractors, tra cui l’amico Tyrone “Rone” Woods (James Badge Dale), cercano di difendere il personale diplomatico e la stessa base CIA.

13 Hours Interna 2

Quello che sorprende è che Bay, pur restando fedele al suo cinema del movimento, con camere a mano, zoom improvvisi, split screen e montaggio nervoso, riesce a costruire sequenze d’azione ben più leggibili del solito, alternando le esplosioni a momenti di tensione silenziosa. Lo stile visivo è ancora quello iper-glamour che conosciamo, complice la fotografia patinata di Dion Beebe, ma c’è un respiro narrativo più asciutto: meno slow-motion, meno battute da action-figure, più senso di minaccia costante.

La guerra di 13 Hours non è più spettacolo puro, è un caos dove si muore davvero.

Sotto il fragore delle armi, il regista statunitense lavora di sottrazione: non tanto nella retorica, ancora forte e americanissima, quanto nella costruzione dei personaggi. I protagonisti sono militari stanchi, padri lontani dalle loro famiglie, uomini che non riescono a smettere di combattere perché, in fondo, la guerra è diventata l’unico contesto in cui sanno vivere. L’epica del soldato semplice ricalca l’impostazione di The Hurt Locker di Kathryn Bigelow e del cinema bellico più recente, ma lo fa senza aspirazioni psicologiche elevate: l’umanità dei protagonisti è scolpita nei loro corpi, nelle cicatrici, nelle notti insonni.

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Naturalmente, resta forte l’ambiguità ideologica. Bay non è interessato a problematizzare la presenza americana in Libia, né ad analizzare le radici del conflitto: i nemici sono masse indistinte e mute, simili a zombi, che assaltano la base come in un horror notturno. E tuttavia, qua e là, emerge una sfumatura: la confusione tra alleati e nemici, la perdita di senso in un contesto dove i ruoli si sfaldano, i civili diventano minaccia, e il caos regna sovrano. Laddove il manicheismo sembrava scontato, Bay inserisce crepe sottili.

Il vero bersaglio polemico, in realtà, non è il nemico esterno, ma l’immobilismo interno. Il film punta il dito contro la burocrazia e le catene di comando che, paralizzate dal protocollo, impediscono ai contractors di agire per tempo. Non mancano allusioni (neanche troppo velate) al governo di Barack Obama e, in particolare, a Hillary Clinton, allora Segretario di Stato.

Ma l’invettiva politica resta sullo sfondo: ciò che conta davvero per Bay è l’esaltazione dell’azione, della fratellanza maschile e del gesto individuale.

Narrativamente, 13 Hours è costruito come un lungo assedio. Dopo una parte introduttiva piuttosto convenzionale, il film si accende nel momento dell’attacco e tiene alta la tensione per oltre un’ora di guerriglia urbana. I paragoni con Black Hawk Down sono inevitabili, ma Bay non ha la sobrietà di Ridley Scott. Al contrario, trasforma ogni sequenza in un videoclip ad alto tasso adrenalinico, con una colonna sonora avvolgente e un uso spettacolare del colore.

Quando funziona, il film è un esempio riuscito di war-action: rozzo ma coinvolgente.

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Resta però il nodo dell’autoritratto involontario. Bay tenta un film più adulto e consapevole, ma spesso ricade nei suoi automatismi: camera turbolenta, virilità esibita, semplificazione morale. In bilico tra retorica e autocritica, 13 Hours è un film che esalta l’eroismo individuale ma finisce per mettere in scena il vuoto che circonda i suoi protagonisti. Il nemico è ovunque e nessuno, il caos è totale, l’America è lontana.

Alla fine, resta solo il movimento.

John Krasinski, fino ad allora noto per ruoli più leggeri (fatta eccezione per il solo Jarhead di Sam Mendes), sorprende con una prova fisica e intensa.

Forse 13 Hours non sarà il film più sofisticato sull’assurdità della guerra, ma è sicuramente uno dei titoli più inaspettati della carriera di Bay. Proprio perché cerca, nel suo modo sgraziato e muscolare, di raccontare non solo la guerra, ma anche l’impotenza, la confusione, e la fragilità dell’eroe americano contemporaneo.

E per un regista come lui, non è poco.

Alessandrocon2esse

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13 Hours

13 Hours
6.1

Valutazione Complessiva

6.1/10

SCHEDA

  • Regia: Michael Bay
  • Anno: 2016
  • Durata: 144'
  • Genere: Guerra/Drammatico

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