
A differenza del solito, prima di vedere questo film ho raccolto qualche informazione. La motivazione è molto semplice: anche se anni dopo, per ovvie ragioni di età, ho ammirato e amato la fabbrica di cioccolato di Gene Wilder e visto con buona riuscita, nonostante lontano dall’originale, quella di Johnny Depp e non comprendevo, quindi, la ragione di un terzo film in poco più di 50 anni (ma il primo è ancora oggi visto dalle nuove generazioni) sullo stesso argomento. Letto dell’impostazione della storia, mi sono chiesto: ma era necessario raccontare di come Willy Wonka sia diventato Willy Wonka, o meglio, qualcuno si è mai chiesto come ci sia riuscito? Di certo non mi assumo il diritto di rispondere per tutti, quindi rispondo solo per me: assolutamente no!
Ma se questa considerazione poteva essere inoffensiva prima della visione, il problema è che è rimasta la stessa anche dopo. Per carità, non parliamo di un brutto film, script e ambientazione tutto sommato funzionano, ma quello che manca è la motivazione e il cuore. Ma se questo è vero per coloro se sono cresciuti con il titolo (titoli) sopra elencati, la domanda più importante e se esso possa avere un impatto importante per le nuove generazioni. La risposta è parzialmente no, nel senso che la storiella regge, ma non va oltre l’immaginazione del momento. La prima fabbrica di cioccolato, al di la del messaggio, era un meraviglioso viaggio in un mondo unico nel quale fantasia, possibilità e meraviglia non cessavano mai. In Wonka questa originalità manca e quello che appare e la solita storia dell’orfanello che in nome di un genitore non molla e ce la fa.
Se poi si dovesse vedere l’opera di Wilder (ma anche di Depp) dopo questa, le differenze di impostazione del personaggio sarebbero evidenti e poco conciliabili, tanto da far pensare a due personalità non dico diverse, ma non molto vicine. Lo stesso messaggio, accennato prima, che il personaggio vuole dare, e l’opera in genere, è completamente diverso: qui abbiamo una divisione buoni/cattivi molto classica, nel film del ’71 c’erano delle sfumature continue e quindi, evidentemente più intriganti.
Come detto all’inizio, non si tratta comunque di un brutto film e ci sono alcuni elementi di merito che non sarebbe corretto non citare. Per primi gli effetti speciali, non esagerati e pienamente coerenti per dare un pizzico di meraviglia e veridicità. In secondo luogo, la corretta stratificazione data a ogni personaggio. Non ci troviamo di fronte a un manipolo di personalità distinte che interagiscono, ma di singoli ben definiti protagonisti che portano avanti insieme la storia.
Anche il fatto che sia un musical, genere che non amo particolarmente, non disturba più di tanto. L’impressione è che si sapeva a monte che troppe parti musicali avrebbero potuto stancare e spezzare la trama e quindi si è cercato di gestirle il più possibile.
Non posso non dedicare qualche riga a Timothée Chalamet. E’ un bravo attore: assolutamente si (in Dune è meraviglioso). In questo caso è stato convincente: no, purtroppo. Ripeto, questo considerazione deriva non solo dall’esperienza degli altri Wonka, ma dal fatto, accennato precedentemente, che di lui se ne smarrisce l’effetto poco dopo i titoli di coda. E questo per un personaggio cosi all’estremo e cosi intimamente coinvolgente, non può proprio essere.
Paul King è famoso per aver diretto i due Paddington, in particolare il secondo e chi ha visto Il talento di Mr C sa di cosa parlo, e di certo questa era la sua opportunità di salire di livello, per lo meno in termine di pubblico. E’ evidente che questo film ha e avrà una distribuzione enorme e il suo nome, in un caso o nell’altro, essendo anche uno degli sceneggiatori, sarebbe stato sulla bocca di molti. E’ ovvio che il giudizio generale sul suo operato non può che collimare con quello del film almeno dal punto di vista emozionale/sentimentale. Il tentativo finale, dopo un percorso comunque mirato in tal senso, di struggere e dare contemporaneamente un velo di speranza, a mio avviso, non ha funzionato sino in fondo e questo per quel senso unico tra giusto e sbagliato che ha voluto creare sin dall’inizio. Questa linea di demarcazione, alcuni di la e altri di qua, cancellando cosi la parte grigia, va bene in certi tipi di storie, in altre, e questo il caso, diventa un limite. L’unico personaggio in divenire e L’Umpa Lumpa, ma è sfruttato male e alla fine diventa un pezzo dello stesso scacchiere. Nulla da dire, invece, riguardo la parte visiva che, come detto, è bilanciata e pensata.
Tornando alla domanda iniziale e andando a chiudere, era opportuna un’operazione del genere? La risposta, come ampiamente detto, è no. E lo è sia per chi dopo questo si è precipitato, inizialmente ignaro, a vedere gli altri due film che, soprattutto, chi ignaro non era e aveva in mente la meravigliosa strutturalità dell’originale e del remake di Tim Burton. A mio avviso, bastava chiamarlo in un altro modo, fargli fare gelato (o qualcos’altro) invece che cioccolato, e l’operazione avrebbe avuto un senso (approccio compreso) più condivisibile e “vivibile”.
Jonhdoe1978























Lascia un commento