
Capita raramente che i distributori cinematografici italiani imbrocchino l’adattamento di un titolo straniero, che riesca a “catturare” l’essenza di una pellicola più di quanto riesca a farlo l’originale. Per cui, quando eccezionalmente accade, è cosa buona e giusta sottolinearlo.
È il caso di Vento di passioni, epica storia d’amore e avventura che affronta temi universali come il coraggio, i tormenti e il sacrificio, diretto da Edward Zwick e con un cast stellare, arrivato nelle sale americane come Legends of the Fall…davvero troppo poco per descrivere la “smania” che domina i protagonisti e l’intera narrazione durante le oltre due ore di visione e che, di conseguenza, trasporta nel suo vortice anche lo spettatore.
La tragedia che sfocia nell’amore, l’amore che sfocia nel dramma e il dramma che sfocia nella tragedia. Vento di passioni è cerchio continuo che si consuma nel tempo, di cui è difficile raccontare la trama senza correre il rischio di farla apparire sciocca o banale. La quantità di emozioni che investono lo spettatore dall’inizio alla fine, sono quasi impossibili da descrivere a parole: Vento di passioni è uno di quei film che non devi raccontare…lo devi vedere.
A differenza del classico film di genere qui la differenza tra bene e male non è assolutamente così netta ma anzi, spesso faremo fatica a capire chi ha ragione e chi no. Questo film ci rappresenta diversi modi di vivere l’amore, da quello più ribelle a quello più sentimentale, passando per ogni sfumatura, ognuna incarnata da un diverso membro della famiglia.
Dialoghi forti e sinceri che creano rapporti unici, intensi giochi di sguardi che gridano in silenzio angosce, tormenti ed amori, alcuni dei quali talmente forti da divenire intollerabili, lacrime, nascita, morte, amicizia, tradimento, gelosia, giustizia, qualche scena cruda, un pizzico di denuncia mista ad anarchia e tanta, tantissima affascinante prateria. Vento di passioni racconta i diversi modi di vivere l’amore, da quello più sovversivo a quello più languido, attraverso ogni singola sfumatura, ciascuna incarnata da un diverso componente della famiglia Ludlow e dalla giovane Susannah Fincannon (Julia Ormond), la donna che porterà scontri e contrasti tra il severo e dissidente ex Colonnello William Ludlow (Anthony Hopkins) e, soprattutto, i suoi tre figli: il serio Alfred (Aidan Quinn), lo spirito selvaggio Tristan (Brad Pitt) e l’idealista Samuel (Henry Thomas).
La regia di Zwick riesce a creare un buon equilibrio tra romanticismo e avventura. Ci troviamo con due piedi nella tradizione cinematografica americana che combina quadri storici e grandi miti romantici e familiari e Zwick, che a riguardo ha già dimostrato di sapere il fatto suo nel fondere argomenti di spessore al favore del pubblico, punta sì all’emozionalità dei polpettoni romanzeschi (evitando però eccessi stucchevoli), ma non risparmia allo spettatore né le barbarie della guerra, né frecciatine all’odio razziale verso i nativi americani, organizzando i tempi narrativi con sapiente perspicacia.
Unico neo registico per quanto mi riguarda, a parte qualche breve e sporadico momento di stanca lungo i 128’ minuti della durata del film, è il livello quasi “bozzettistico” dato ai personaggi da Zwick e dagli sceneggiatori Susan Shilliday e William D. Wittliff, meritevoli di ancor più accurata introspezione. Sarebbe bastato un po’ meno calore e un po’ più finezza.
Il cast è azzeccato, con ognuno degli attori in parte, anche se quasi tutta l’attenzione viene catalizzata da Hopkins e da Pitt. Il primo è indiscutibilmente impeccabile nell’interpretare sia la prima parte della storia, in cui è un ferreo allevatore di bestiame ed un padre dai rigidi princìpi, sia la seconda parte, in cui si converte nella straziante figura di infermo veterano, a cui è rimasto solo l’affetto dei figli; il secondo, alla sua prima candidatura ai Golden Globe, dimostra di essere all’altezza di ruoli complessi, vestendo con originalità i panni dell’inquieto ed indomabile Tristan, oltre ad essere l’ineccepibile interprete di una storia d’amore che avrà fatto vacillare e fantasticare il pubblico femminile…e non solo.
L’ambientazione mozzafiato del Montana (che in realtà è il Canada) è a dir poco spettacolare e l’impeccabile fotografia di John Toll, in perfetto bilanciamento tra luminosità accecante e tonalità più cupe, è in grado di seguire le sfumature emotive dell’intera opera, catturando i colori vividi e la luce del sole che permeano ogni scena. Legittimamente premiata con l’Oscar.
La colonna sonora del film merita un plauso a parte, con le composizioni di pregevole fattura di James Horner che aggiungono un ulteriore livello di emozione e drammaticità al film. Le musiche sono sufficientemente orchestrate e si integrano abbastanza armoniosamente con le immagini, amplificando l’impatto emotivo delle scene più intense e toccanti, anche se in qualche caso, risultano buttate a “forfait” nelle sequenze.
Vento di passioni vive dal 1994 nel limbo tra “Polpettone sdolcinato” e “Capolavoro”, dove chi propende per la prima è quasi sempre tra quelli che hanno tratto il loro giudizio fermandosi alla locandina e non hanno nemmeno avuto il coraggio di guardarlo e, chi invece propende per la seconda, si trova o tra gli sfegatati fan del sexy biondone dell’Oklahoma o tra quelli del genere sentimental/drama. Per me la verità sta nel mezzo.
E proprio perché Vento di passioni è uno di quei film che non devi raccontare, consiglio quindi di guardarlo a chicchessia abbia voglia di una buona pellicola, esteticamente ben fatta e ricca di tematiche e di contenuti stimolanti.
A chi invece mal sopporta le love-story lo sconsiglio in modo considerevole. Potrebbe ritrovarsi a patire più dei protagonisti stessi della storia…che non è che se la fischiettano.
Alessandrocon2esse























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