
Nell’arco di una vita esistono dei giorni particolari, ore uniche che la condiscono, indirizzandone, a volte, anche il percorso futuro. A volte, tali momenti, sono programmati altri invece, completamente improvvisi, come fulmini che tatuano l’anima.
La Principessa Anna (Audrey Hepburn) è in visita diplomatica in tutte le maggiori capitali europee. Giunta a Roma, viene sopraffatta dalla rigidità dell’incarico e dai tutti gli obblighi ripetitivi e schematici ad esso derivanti. Una notte, approfittando della distrazione di chi doveva starle accanto, riesce a fuggire dall’ambasciata dove risiedeva ritrovandosi a vagabondare per le strade della città. Addormentatasi su una panchina, a causa del forte sedativo datele dal medico poche ore prima, viene trovata e accudita da Joe Bradley (Gregory Peck), giornalista statunitense che collabora con una nota testata romana.
Una favola non è mai solo una favola, ma è la realizzazione concreta della magia di quelli che sono i desideri e i sogni di ogni persona. E non è importante quanto possa essere distante dalla realtà imposta, in cuor nostro troveremo sempre il modo, tramite piccoli aggiustamenti, di farla nostra facendola diventare possibile se non addirittura probabile.
Lo straordinario William Wyler e Dalton Trumbo, autore della sceneggiatura, partono da tale presupposto per raccontarci una storia sospesa nel tempo e arricchita nello spazio da qualcosa che assomiglia all’eterno. Una piccola parentesi interminabile incisa nel cuore e nell’animo di chi l’ha vissuta, come un segno sulla pelle che ha il duplice ruolo di tatuaggio e cicatrice.
Il tutto condito da una delicatezza e da un’eleganza quale specchio di quella che è stata senza ombra di dubbio, l’attrice che di più ha incarnato questi due elementi: Audrey Hepburn. Il suo modo leggero, signorile, quasi regale di muoversi, ha sempre influenzato i contorni generali di ogni suo film e Vacanze Romane non si sottrae a questa legge universale. Una prova la sua, ancora più marcata dall’evidente constatazione di quanto principesco sua il suo incedere anche senza nessun sfarzoso vestito, bastando modi, gesta e sguardi.
Un giorno dicevamo, 24 ore, un tempo limitato in cui generalmente non si riesce neanche ad aprire gli occhi che già è ora di chiuderli. A volte invece si trasformano in gocce eteree, momenti indimenticabile nella scacchiera del ricordo, dove si forgiano persino le scelte future. E questo succede a Anna e Joe, conosciuti per caso, sfruttati nell’intento e amati senza logica, senza parlare, senza spiegarsi, senza neanche presentarsi. Un gioco di ruolo al buio, un modo di trovarsi sapendo chi si aveva di fronte senza che l’altro lo sapesse, un mazzo di carte al contrario che è comunque riuscito a trovare la sua scala, sorretto dalla cosa che non mente mai: la pelle.
Ci si arriva con un percorso ludico, divertente, coinvolgente, con una tenerezza figlia del modo di intendere i film dell’epoca ma con una profondità di concetto che ancora oggi molti autori fanno fatica solo a comprendere. E questo sopperisce quasi totalmente a qualche errore di montaggio, peraltro comprensibile se si considera il luogo, Roma, e i suoi movimenti, quanto peraltro strano per quello che è stato William Wyler e tutto il suo cinema (Ben-Hur per intenderci).
Accanto alla Hepburn, troviamo un Gregory Peck maturo, deciso, padrone della scena in ogni momento e quasi a tratti, soprattutto nella prima parte, più incisivo della sua dirimpettaia. Dà sempre l’impressione di sicurezza, di essere lui a dettare i tempi scenici quasi fossero stati scritti di suo pugno. Di certo ha trovato un’ottima spalla in Eddie Albert (nei panni del fotografo e amico Irving Radovich) e a cui si lega spesso, specialmente nella parte intermedia del film, quella del giro di Roma per capirci.
Senza ombra di dubbio gli ultimi minuti hanno contornato Vacanze Romane di tutta quella magia, quella poesia che gli ha consentito, poi, di resistere al tempo e a milioni di pellicole successive. Nelle ultime parole di Anna c’era quasi un’aurea invisibile, qual misto tra gratitudine e malinconia che solo i veri battiti del cuore possono provocare. Quella voglia istintiva di contatto subordinata come da ruolo, a dover sentire e sopportare tanti nomi aspettando solamente di sentirne uno, per la prima volta, per l’ennesima volta, per l’ultima volta. In quell’istante Audrey Hepburn si appropria della scena, la sovrasta, la modella e la plasma a sua immagine, con tutta la dolcezza e l’eleganza che l’ha sempre contraddistinta. E quando è cosi, non ce n’è per nessuno.
Un sogno di una notte di mezza estate, una Cenerentola al contrario, che senza trasformarsi riprende le fattezze dell’obbligo, del politicamente corretto, privando probabilmente lo spettatore del finale che ha immaginato da subito, dalla prima scena. Ma in fondo non importa, perché credo, che alla fine, nello stesso momento in cui Joe Bradley si volta scorgendo per l’ultima volta il trono allestito per l’occasione, molti ci abbiano visto, comunque, la sagoma di Anna quasi in corsa verso quell’uscita, e si sa, a volte immaginarlo e più reale che vederlo.
Jonhdoe1978























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