
Non potrei mai entrare dentro un sottomarino, o meglio potrei entrarci ma non potrei…utilizzarlo. Io non sono di quelli che pensano che tutti possono fare tutto, esistono delle cose che necessitano delle capacità, anche solo di controllo, particolari e secondo me scendere a decine di metri sotto il mare è una di quelle.
Assodato questo (c’è da dire che il film lascia questo aspetto molto all’etere, e si poteva fare di più) una delle riflessioni che questa storia mi ha fatto venire in mente e quanto piace agli americani sottolineare il ruolo fondamentale che hanno avuto nella risoluzione della seconda guerra mondiale. Il problema, ovviamente è un’iperbole, è che molto spesso riescono nell’intento cinematografico di enfatizzare questo processo e questo anche quando la storia è in mezzo tra la fantasia e la verità (come in questo caso) e quindi alla fine non gli si può che non dare ragione.
In altre circostanze ho scritto come la seconda guerra mondiale sia sostanzialmente una fonte inesauribile di storie e che in maniera quasi paradossale, non stanchi mai. La conferma del primo punto, la troviamo proprio in questo film che prende spunto da un singolo evento (la sottrazione della macchina Enigma, che permetteva ai tedeschi di scambiarsi messaggi senza che nessuno capisse il significato, da parte degli alleati è infatti, storia vera e momento importante dell’andamento della guerra) e riesce a essere convincente all’interno dell’enorme scacchiere generale. Il motivo dal mio punto di vista sta nella predisposizione inconscia che abbiamo di questo evento e che permette non solo di riuscire ad addentrarsi subito nell’argomento, ma consente agli autori di snellire la trama sicuri che comunque l’incipit arrivi. Ed è questo, entrando nello specifico, che è successo in U-571. Sostanzialmente la storia sorvola quasi completamente sulle nazioni e sulla guerra in se, ma il significato degli eventi arriva lo stesso e questo proprio perché la nostra mente conosce e quindi crea un’appendice a quello che stiamo vedendo.
Detto questo, il film ha sia luci che ombre, nonostante l’indubbio merito di riuscire a rapire l’attenzione dall’inizio alla fine. Le dinamiche sono fluide, le spiegazioni, giustamente, a portata di tutti e le immagini consequenziali a quello che era intento e fine. La domanda allora nasce spontanea: quali sono queste ombre? La prima, e mi dispiace dirlo, è Matthew McConaughey. Quello che poi diventerà uno straordinario interprete, qui è sempre mono passo con una espressività che non sempre quindi, si addice al momento e al bisogno del film. Tanto per intenderci il confronto con Harvey Keitel, in questo frangente, è impietoso. Il secondo, decisamente molto più importante, è che se anche l’idea viene a supporto del contesto, manca a questa produzione il senso della guerra. Per molti tratti sembra di assistere a una storia a se stante e che sarebbe funzionata a prescindere dallo sfondo. Per carità, vista da un certo punto di vista questo potrebbe essere un pregio, ma alla lunga (nella parte finale soprattutto) qualcosa ti fa perdere e la soddisfazione non è quindi piena. Una piccola conferma di quanto detto l’abbiamo nel fatto che U-571 ha vinto l’Oscar come miglior montaggio sonoro, ma non ha avuto nessun’altra candidatura. Per la serie, realizzazione e cura nei particolari visivi e uditivi di quella particolare azione (i sommergibili hanno una tutto loro serie di suoni e dinamiche) ottimi, il resto…
Anche dal punto di vista del messaggio, qualcosa mi manca. Togliendo la solita storia tra buoni e cattivi, il punto focale del film è sul come si diventa un vero capitano e di come le scelte e il coraggio spesso vadano di pari passo. Ecco anche su questo non sono stato convinto, non sono riuscito a essere trascinato dal cambiamento, dal coraggio, dall’istinto e…dal talento. Una delle caratteristiche di questi film, proprio perché romanzati, è, infatti, proprio quella di lasciare un mezzo groppo alla gola, puntando sia sugli eventi/evento che sui personaggi, spesso sentimentalmente estremizzati. Non farlo è stato come lasciare le cose fatte a metà e come sempre in questi casi un po’ di perplessità finali rimangono.
Come è facile da capire, credo che U-571 si un progetto senza infamia e senza lode, ma che ha il grande pregio, senza però marcare troppo, di portarci in un ambito di azione non proprio conosciutissimo. E’ sicuramente interessante e affascinante questo mondo dentro al mondo, soprattutto perché ci è proprio lontano, forse anche di più dello spazio, con il quale cinematograficamente abbiamo avuto più a che fare. Cosi come interessante da parte di Jonathan Mostow, l’aver creato un tessuto narrativo con pochissime pause che se da un lato ha mantenuto costante, come detto, l’adrenalina e l’attenzione, dall’altra, ovviamente, non ha permesso di strutturare più di tanti i personaggi. Contrasta con il mio modo di intendere le storie, ma trattasi comunque di una scelta ben precisa e come tale va giudicata. Io credo che l’azione pura sia un gran bel genere, quello che invece non mi convince è l’azione esasperata in un contesto emotivo senza avere la stessa attenzione per quel contesto. La trovo un’escamotage e con le escamotage non ci vado molto d’accordo.
Jonhdoe1978























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