
Ogni nazione ha i suoi caposaldi cinematografici, film che in qualche modo ne hanno segnato il passo riflettendo, evidentemente, i suoi momenti sociali. Senza qui ripercorrere tutta la nostra storia del cinema, troppo ci sarebbe da dire, e rimanendo nei confini del discorso, dal dopo Verdone prima e seconda maniera (non terza), Benigni pre-Oscar, Troisi e Nuti si è creato nel nostro cinema una specie di vuoto di potere. In pratica, non c’è stato più un autore dominante, ma tanti ottimi, grandi film (di generi anche agli opposti) che hanno cadenzato la nostra storia cinematografica moderna. Tra questi, senza dubbio, occupa un posto importante, ovviamente sempre in riferimento al genere e arrivando cosi alla definizione di capisaldi della prima riga, Tre uomini e una gamba.
So perfettamente che possa sembrare esagerato mettere questo film tra l’elite della nostra cinematografia, ma se guardiamo e analizziamo l’impatto sociale che esso ha avuto e che sta mantenendo con il tempo, non si può non essere d’accordo. Prima di approfondire questo concetto, è giusto, però, fare delle considerazioni preliminari. Quest’opera (era il loro primo film) è il culmine della carriera di Aldo, Giovanni e Giacomo, trio che ha fatto la gavetta vera e che stava esplodendo in quello che era uno dei programmi cult degli anni 90’: Mai dire Gol. Secondo, esso era la rappresentazione perfetta non solo di quel percorso on the road che in quel periodo stava divampando (pensiamo all’interrail) ma anche e soprattutto, di quella comicità genuina e finalizzata al o ai sentimenti che tanto si stava riscoprendo in quel periodo storico. E ultimo e non meno importante, l’immensa capacità degli autori, ai tre va aggiunto Massimo Venier, di armonizzare una storia estremamente lineare a degli intermezzi meravigliosi da puro teatro (derivazione dei tre) riportandoli alla nostra più vivace tradizione della risata.
La bontà sociale di questo film, arrivando cosi a quanto detto pocanzi e non intendo nel suo tessuto quanto proprio come immedesimazione, sta nel come molte scene siano entrate nel nostro immaginario collettivo e di conseguenza, nel nostro gergo. Pensiamo alla maglietta di Sforza, al niente di serio di Giacomo, al “Giacomino si sposa” cantato dagli altri due, dal colpo di testa da sotto la sabbia di Aldo, dal “ma vieni” di Giovanni appena battuto un bambino a braccio di ferro, a Ajeje Brazorf o, concludendo ma si potrebbe andare avanti, alla finta telefona di Aldo al suocero. Questa operazione imitativa, sempre dal mio punto di vista, se protratta nel tempo (non parliamo della semplice battuta di fine cena a poca distanza dalla visione) diventa una consuetudine e le consuetudini per definizione diventato appartenenza e di conseguenza, quotidianità. Proprio questa quotidianità in un genere popolare come la commedia, diventa inevitabilmente la cartina di tornasole della sua riuscita e in certi casi della sua immortalità. Non si deve fare l’errore di valutarlo nella sua complessità artistica, seppur evidentemente presente (trattasi sempre di attori capacissimi), siamo di fronte a mondi completamenti diversi rispetto al drammatico e viscerale/interpretativo e quindi diversi sono e devono essere i parametri di valutazione e accettazione.
Facendo un passo mentale indietro, ricordo perfettamente l’impatto che Tre uomini e una gamba ebbe nel panorama cinematografico italiano di quell’anno. Fu uno tsunami. E lo fu sia nel suo complesso che appunto, come appena sottolineato, nel particolare. In pratica, riuscì a rapire sia come storia nella sua interezza che nei singoli sketch, creando un mix che azzarderei a definire quasi unico. E’ come se quell’operazione sia stata toccata da un non so di alchemico che fece in modo che ogni cosa riuscisse forse anche di più di come era stata pensata.
E’ anche ovvio che un prodotto del genere ha sia dei vantaggi, l’evidente e travolgente successo, che degli svantaggi…il paragone. Nonostante qualche altro buon film (del teatro è giusto non parlarne), nessun altro film riuscì e azzarderei senza possibilità di errore, nessun altro riuscirà anche solo ad avvicinarsi a questo. A differenza di altri (vedi Benigni dopo La Vita è bella), loro però, non hanno mai perso la loro identità continuando a credere in un certo tipo di lavoro venendo, a conti fatti, premiati e costantemente apprezzati.
Fermando qui il percorso nostalgia ed evitando di entrare in analisi tecniche che poco hanno a che fare con lo scopo, vado a concludere raccontando in poche righe l’esperimento che ho voluto fare con questo film (quasi a voler confermare quel caposaldo di cui all’inizio): l’ho fatto vedere a mia figlia di 8 anni. E’ facile comprendere come le cose siano andate, ma non era prevedibile il modo. Tralasciando la capacità di questa generazione, a differenza della mia, di cogliere sfumature incredibili, tutto si può racchiudere nella domanda che ella mi ha fatto appena comparsi i titoli di coda: dimmi che hanno fatto il 2?
Questo mi ha portato a pensare sia all’universalità del linguaggio che al fatto che non esiste un genere cinematografico più trasversale di un altro e che la capacità di creare mentalmente attese e eventi è veramente senza età. Poi è ovvio che entrano in ballo sensibilità ed esperienze, ma qualcosa di oggettivo in cose del genere esistono sempre e quell’oggettivo in Tre uomini e una gamba si chiama genialità.
Jonhdoe1978
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