
Cercare di ampliare i propri confini è attività di per sè di grande intelligenza e soprattutto, di voglia di mettersi in discussione. Questo tipo di discorso vale per qualsiasi ruolo della vita, a patto però che questi eventuali passi non facciano smarrire o oscurare quello che si è stato, in particolare se molto apprezzato e riuscito.
Pierfrancesco Zalone, detto Checco, (Luca Medici) decide di aprire a Spinazzola, paese dove vive, un improbabile ristorante giapponese, seguendo le nuove tendenze nazionali. Dopo più di un mese, il locale, inevitabilmente, visti i pochissimi incassi, viene travolto dai debiti costringendo il comune a pignorare ogni cosa. Vista la situazione, Checco, lascia tutto e si trasferisce in Africa, facendosi assumere come cameriere in un famoso villaggio del luogo. Improvvisamente, scoppia una guerra civile ed è costretto, insieme a Oumar (Souleymane Sylla), giovane collega, a scappare verso il villaggio di quest’ultimo, iniziando di fatto, il suo giro itinerante alla ricerca di stabilità.
Luca Medici (in arte Checco Zalone) è senza ombra di dubbio, il personaggio italiano che ha avuto una maggiore ascesa negli ultimi quindici anni, diventando un punto di riferimento della comicità del nostro paese. Tale successo è dovuto sia dal modo diverso e originale con cui si è approcciato al pubblico che da un’espressività fisica assolutamente travolgente.
Oltre a questo, una delle caratteristiche fondamentali delle sue opere è sempre stata la capacità di raccontare e denunciare attraverso i sorrisi, le difficoltà e le contraddizioni strutturali e morali della nostra nazione. In Tolo Tolo, invece, si sveste di questo meraviglioso ruolo trasformandosi da comico sociale a politico, cambiando di fatto, tutta la prospettiva di narrazione.
Dopo un buon inizio, sulla falsa riga di tutti i suoi lavori, il film, infatti, cambia completamente direzione, diventando più che un spaccato di vita sul quale cucire una storia di difficoltà ma comunque, di speranza, a un grido monocorde verso le minoranze attraverso un’evidente denuncia verso una parte della nostra politica e di chi la rappresenta.
La durezza delle scene stonano con quello che abbiamo sempre apprezzato del personaggio, cosi come la perdita della profondità che la leggerezza, il sorriso e le carezze davano. Non c’è più traccia del trasformismo a cui eravamo abituati, di quello splendido gioco tra innocenza e realtà, è tutto troppo spigoloso e a tratti, confusionario. Il viaggio che porta Pierfrancesco Zalone dall’Italia all’Italia è sembrato una specie di centrifuga a forma di documentario quale cartina di tornasole di tutto quello che leggiamo e che ci raccontano sull’Africa piuttosto che una storia di fantasia su cui adeguare la realtà di quel paese. Il messaggio arriva in maniera forzata, si ha come l’impressione di aver assistito a un comizio sulle difficoltà di una parte del mondo accompagnata da delle immagini che avevano il solo scopo si rafforzare tale concetto.
L’aspettativa di un film è l’arma più bella e pericolosa del cinema, lo spettatore si sente in diritto, soprattutto dopo varie prove dello stesso livello, a pretendere un pari, se non miglior spettacolo a quello precedente. Questo non vuol dire che non possa capitare di portare un prodotto in tono minore, è l’essere accaduto snaturando quello che si è stati, mostrando una versione completamente diversa, che lascia interdetto. Se da un lato, infatti, si vede una maggiore maturità da regista, dall’altro è inconfutabile, in Tolo Tolo, da parte di Luca Medici, un cambio di comunicazione. Qui è come si mettesse in secondo piano, dando priorità a tutto un popolo e alle sue difficoltà, con il risultato a mio avviso, di spersonalizzare personaggio e storia. E’ evidente come Pierfrancesco Zalone non sia il protagonista, ma solo un semplice spettatore narrante di quello che è la realtà in cui si muovono i veri protagonisti, gli africani.
La sensazione è come di un atto di rispetto e allo stesso tempo di presunzione da parte dell’attore, il saper di poter alzare l’asticella della denuncia sapendo di essere ascoltato e di poter rivolgersi a un pubblico amplissimo. Ha estremizzato il concetto di razzismo, capovolgendolo di visuale più volte, ma non riuscendo a condire il particolare con il generale. E quest’ultimo è da sempre, anche se uguale nei fini, differentemente digerito rispetto al primo, come fosse una cosa meno tangibile e quindi meno vicina e questo a prescindere dall’argomento.
Come detto, dopo i primissimi minuti, il film si sfalda non trovando più la poesia fluttuante dei film di Zalone, trascinandosi verso una fine che, nel tentativo di dare un messaggio di speranza, si estranea ancora di più dalla premessa. La parte animata infatti, dopo la discutibile scena precedente, non fa altro che sfilacciare ancora di più una storia confusa e legata forzatamente da momenti distanti e a tratti, diversi. Il tutto, condito da un’interpretazione mai cosi piatta e che non lascia trasparire nulla della sottile ironia che conosciamo e di quelle movenze che hanno segnato il cinema italiano degli ultimi anni. L’augurio è che sia stata una parentesi interiore che aveva bisogno di essere mostrata per essere soddisfatta, e che si ritorni a quella reale genuina ignoranza sentimentale e sociale mascherata, che aveva la duplice capacità di farci ridere a crepapelle e riflettere.
Jonhdoe1978
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