
Il processo che mi ha portato a scrivere questa recensione è, per me ovviamente, assolutamente anomalo. Di solito, infatti, appena finita la visione di un film (o una serie), mi precipito davanti al pc, convinto che “a caldo” sia sempre il modo migliore per esprimere una sensazione (con il tempo certe sfumature, per forza di cose, scemano). Nel caso specifico, ho visto The Zone of Interest a fine Ottobre, all’interno della Festa del Cinema di Roma e ho deciso, neanche l’incontro del giorno dopo con Glazer mi aveva convinto, di scriverne solo 3 mesi dopo. La motivazione, come ogni cosa che riguarda la pancia e la passione, non ha un fondo razionale e riguarda quasi l’inconscio. Semplicemente, ho sognato me che ero in sala, un po’ diversa da quella nella quale ho visto realmente il film, che vedevo gli ultimi secondi. Svegliandomi ho avuto quasi la sensazione di un segno e mi sono venute in mente tutta una serie di considerazioni, che onestamente non avevo avuto a visione fresca e che mi ha fatto venire voglia di aprire il file e iniziare a condividerle.
Dopo questa lunga premessa che sa quasi di autoanalisi, The Zone of Interest è un film che rilascia il suo peso a piccole dosi, non necessariamente nel tempo della sua durata, dimostrando come la potenza visiva e di concetto non sempre vanno di pari passo con l’aggiunta e il sovraccaricamento. Jonathan Glazer, il suo silenzio cinematografico è durato ben 10 anni, sulla base dell’omonimo romanzo di Martin Amis, ci presenta, infatti, una storia costantemente in sottrazione nonostante si basi su uno dei più grandi genocidi della storia e nel quale, come conseguenza, le grida sono state molto più costanti dei silenzi. Prende l’olocausto dalla parte opposta rispetto a quello a cui siamo abituati, quella tedesca, e ci mostra come in realtà la macchinazione e la brutalità fossero in realtà molto più disumane di quello che pensavamo. La storia di Hedwig Höß e della sua famiglia, il primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz, ci dice come il processo di eliminazione degli Ebrei fosse diventato in realtà una sorta di lavoro aziendale da far andare nel verso giusto. Quello di cui si parla in tutto il film è, infatti, di funzionamento dei motori, produttività dei risultati e obiettivi da raggiungere. Questa glaciale e incredibile impostazione è confermata dal fatto che lo stesso Hedwing, per l’ottimo lavoro svolto, viene promosso e mandato a dirigere più di un campo di concentramento. In pratica, come qualsiasi altra azienda produttiva che conosciamo. Se ci ferma un attimo e si mettono in riga i fili di questo approccio, che poi è quello reale, quello che ne risulta, ripeto non è immediato il risultato, è che messa cosi il periodo nazista risulta più atroce di qualsiasi altra storia sullo stesso argomento nella quale ci hanno fatto vedere uccisioni immotivate e gente buttata dentro un capannone e poi soffocata. Cerco di spiegarmi. La guerra e le uccisioni ci sono sempre state, cosi come le persecuzioni e le rappresentazioni (anche molto prima della seconda guerra mondiale), almeno nell’idea, e nonostante non fossero accettate, erano comunque considerate, almeno mentalmente, una conseguenza, orribile, ma sempre una conseguenza. Vedere la parte lucida della questione è, invece, agghiacciante e per certi versi, mostruosamente irreale. Vedere i tedeschi con famiglie e figli, come qualsiasi altro essere umano, non mostrare un filo di emozione e anzi, continuare le proprie faccende (per esempio stare in piscina a giocare) proprio nel mentre i reattori facevano il massimo sforzo, segno che stavano facendo il lavoro per cui erano stati costruiti, è non solo straziante, ma moralmente sfiancante.
E’ ovvio che per mostrare questo lato della balconata era necessario, in un libro è oggettivamente più facile, una mano registica, scenografica e di dialoghi (magari proprio eliminandoli in certi momenti) enorme sia per sensibilità che come capacità di condividere i particolari. Se si escludono i giochi termici utilizzati in un paio di occasioni, Glazer gioca tutto sugli sfondi, sul vedere appena, sullo scarnificare tutto il contesto per mostrarci una diapositiva in bianco e nero tanto brutale quanto quasi distaccata. Gestisce le sonorità, altro elemento importante, con leggerezza e pesantezza, accentuando, vedi l’inizio, e ammorbidendo, ovviamente per ottenere l’effetto opposto, il suo impatto e il suo fine. Gli spari in lontananza, mischiati all’Eden nel quale sembra vivere la famiglia protagonista, quasi si occupassero della costruzione di giocattoli natalizi, hanno un impatto devastante e riescono a dare quella doppia visione (quella che abbiamo davanti e quella che immaginiano) a cui evidentemente miravano.
Ecco, se proprio devo trovare un difetto a questa rappresentazione quasi intima di uno dei più grandi disastri della nostra storia recente, è l’aver fatto vedere il campo oggi. La potenza di The Zone on Interest, titolo che proprio vuole spersonalizzare la morte, sta proprio nella metafora, nel fatto che nello spettatore crei tutta una serie di reazioni quasi empiriche e surreali e che generano un’immaginazione cruente al di la dei fiori, la birra e la felicità apparente. Mostrarlo è quasi tornare alla realtà, che per carità è quello che poi il film ha raccontato, ma il modo è stato diverso e li, a mio avviso, doveva rimanere.
Questo film ha vinto già molti premi (candidato giusto ieri a ben 5 categorie Oscar, tra cui Miglior Film), vedi quello della giuria a Cannes, ed è stato osannato da critica e parte del pubblico. Io, come abbondantemente detto, l’ho vissuto come un veleno: mi è entrato dentro giorno dopo giorno come una goccia che piano piano crea il suo solco e poi non è quasi più possibile toglierla via. Ovviamente sembra un paradosso (e forse lo è), ma devo ammettere che vederlo e poi piano piano viverlo non è una gioia emotiva come si possa credere, assomiglia più al digerire una sofferenza. Ma credo, anche sentendo le parole dello stesso Glazer sul tema, che questo fosse il suo scopo e abbia deciso di condividerlo con il modo, riuscendoci maledettamente.
Jonhdoe1978























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