
Un esordio scoppiettante che ti catapulta in un istante fra le stelle del firmamento, il successo e l’ amore del pubblico che ti acclama a gran voce ad ogni singola apparizione, l’ improvvisa ed amara discesa nel dimenticatoio, fra la polvere dei ricordi di ciò che eri ed il prevedibile e scontato abbraccio al tunnel della dipendenza da droga e alcool.
Potrebbe sembrare la perfetta e sintetica sinossi di The Wrestler, film del 2008 diretto da Darren Aronofsky…e invece no. Quella che descrivevo altro non è che la triste parabola affrontata da Mickey Rourke, nei suoi 56 anni di vita, prima che gli si presentasse l’ occasione di interpretare il “ruolo perfetto”.
Uno strano e bellissimo scherzo del destino, se si pensa che lo sceneggiatore Robert D. Siegel avrebbe voluto che la parte del wrestler professionista Randy “The Ram” Robinson, fosse interpretata da Nicolas Cage. Il ruolo intrigò particolarmente Cage che però fu costretto a rifiutare, poiché aveva già preso accordi con i fratelli Pang per girare Bangkok Dangerous, lasciando la parte in “buonissime” mani, considerato il risultato finale.
Il fascino di Rourke ed il suo eclettismo interpretativo cooperano nella riuscita di uno dei personaggi più memorabili del recente cinema. La potenza dell’ intera pellicola sta tutta nel modo in cui l’ attore statunitense affronta i problemi del suo personaggio, avendone vissuti di simili sulla propria pelle. Un po’ come se gli fosse stata offerta la possibilità di ripagare e/o rimediare a tutti gli errori realmente commessi in vita, provando anche ad affrontare le proprie paure e (magari) superarle. Non sappiamo se l’ esperimento alla fine abbia portato benefici a Rourke, ma di sicuro è convenuto al pubblico…che si ritrova davanti alla sua migliore interpretazione, giustamente riconosciuta, ma (a mio giudizio) depauperato dell’ Oscar e del Leone D’ Oro.
A questo punto però potrebbe sembrare che The Wrestler sia un film fatto da un unico attore e con una regia alle sue dipendenze. Niente di più sbagliato, perché The Wrestler è la pellicola che, mai come prima, è riuscita ad accomunare attore, personaggio e regia sotto un’ unica chiave di lettura: la “Resurrezione”.
Mickey Rourke “L’ Attore”: come già detto, l’ angoscia portata sullo schermo da Rourke è figlia del suo passato, rendendo la sua interpretazione di una spontaneità vista poche volte poche. La dipendenza da droga e alcool, dopo gli anni di oblio successivi al successo degli anni ’80, lo hanno reso la maschera di cicatrici e botulino che conosciamo oggi, ma allo stesso tempo, hanno forgiato la volontà di tornare ad essere l’ ottimo attore che fu, nel cinema di rilievo che è. La vittoria ai Golden Globes e ai Bafta e la candidatura all’ Oscar avvalorano il peso della sua prova ed appaiono come una luce in fondo al tunnel, dopo anni di buio.
Randy Robinson “Il Personaggio”: ormai l’ ombra del ricordo del suo illustre passato. Costretto a vivere in una roulotte, fra continui problemi economici ed un lavoro in un supermercato. Rifiutato dalla figlia Stephanie (Evan Rachel Wood) che non vede da anni ed innamorato di Cassidy (Marisa Tomei), una spogliarellista/madre che però non ricambia il suo amore. Anche a lui si presenta però la grande occasione: un incontro con il suo storico rivale Ayatollah (Ernest “The Cat” Miller), lo stimolo giusto per spingerlo a riallacciare i rapporti con la figlia e a dichiararsi a Cassidy, ma un improvviso infarto a seguito di un incontro minore, rischia di portargli via anche quest’ ultima possibilità di ritrovare un minimo di sicurezza economica ed in se stesso. Contro il parere di tutti, deciderà di affrontare lo stesso l’ incontro, consapevole di essersi sentito “vivo” solo lottando sul ring davanti al suo pubblico e di non poter sottrarsi al suo destino e al suo nuovo (e forse ultimo) avversario…la morte.
Darren Aronofsky “La Regia”: dopo essere stato acclamato nel 2000 con il suo Requiem for a Dream, è arrivato addirittura ad essere vittima di scherno nel 2006 a Venezia, dopo la proiezione di The Fountain – L’ albero della vita, dando conferma al popolare detto che “Chi si loda, si sbroda”. Torna a Venezia lasciando a casa tutte le “visioni” a cui ci aveva abituato (esclusi gli immancabili riferimenti a Cristo e la religione) e firmando la sua regia più asciutta e lineare da quando fa film. Camera in spalla e stile al limite del documentario, con l’ obiettivo (centrato) di farci innamorare da subito del suo protagonista: tutti noi potremmo essere o diventare Randy…e questo Aranofsky lo sa bene. Una più che meritata rivincita.
Deliziosa ciliegina su questa perfetta torta a tre strati è di sicuro Marisa Tomei, straordinariamente più affascinante di quando aveva vent’ anni e palesemente maturata nella recitazione. A volerla dire tutta, ne sono rimasto piacevolmente scioccato, avendo giudicato (erroneamente) che non avrebbe mai potuto superare il livello raggiunto l’ anno precedente in Onora il padre e la madre di Sidney Lumet. Chapeau.
Sentiamo in continuazione gridare ai quattro venti e senza solide basi il termine “Capolavoro”. Sento di potermi sbilanciare in totale tranquillità e senza il rischio di eresie, affermando che in questo caso il termine non è utilizzato a sproposito. The Wrestler è una pellicola con gli attributi, raccontata come un film indipendente e che arriva allo stomaco con ferocia.
Un film coraggioso fatto da coraggiosi che, nonostante la paura ed il tremolio alle ginocchia, hanno deciso comunque di saltare.
Alessandrocon2esse
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