
Quando si inizia a vedere un film di supereroi quello che ci si aspetta è una spettacolarizzazione estrema, un fuoco e fiamme continuo che faccia da sfondo al personaggio, o ai personaggi, principale/i. Soprattutto questi ultimi sono il vero cuore di queste storie, molto di più, a mio avviso, della trama generale.
Siamo nel carcere di massima sicurezza di Belle Reve e Savant (Michael Rooker) viene avvicinato da Amanda Waller (Viola Davis), direttrice governativa, per proporgli di partecipare a una missione della ormai famosa Suicide Squad, con la promessa, in caso di accettazione, di venirgli ridotta di 10 anni la sua pena. La squadra ha come altri componenti, oltre al comandante Flag (Joel Kinnaman), Harley Quinn (Margot Robbie), Capitan Boomerang (Jai Courtney), Javelin (Flula Borg), T.D.K. (Nathan Fillion), Mongal (Mayling Ng), una Donnola e Blackguard (Pete Davidson). Proprio quest’ultimo, con la promessa di essere salvato, ha avvisato dei piani della squadra i capi dell’esercito di Corto Maltese, obiettivo della spedizione, causando la morte sia sua che di molti altri suoi colleghi. L’astuta Weller, messa a conoscenza di questo doppio gioco, ha preparato, però, un’altra unità composta da Robert DuBois/Bloodsport (Idris Elba), Christopher Smith/Peacemaker (John Cena), Cleo Cazo/Ratcatcher II (Daniela Melchior), Abner Krill/Polka Dot Man (David Dastmalchian) e Nanaue/King Shark, che, sbarcata in una costa vicina a quella della prima squadra, ha lo scopo di entrare nel prigione di Jotunheim e distruggere tutte le tracce di un misterioso progetto su una creatura aliena.
Il modo con cui approcciamo un film è sempre molto personale ed è figlio spesso, delle piccole inconsapevoli fiammelle che man mano testi e immagini ci suscitano. Partendo da questo presupposto, e facendo subito seguito alla premessa, è necessario, a mio avviso, per una giusta analisi di questo titolo, dividere il discorso in quattro macro questioni:
- Il modo con cui la DC collega i vari titoli
- La valenza dei protagonisti
- La spettacolarizzazione
- La storia in se
Iniziamo dal primo punto, Il fatto è, come detto, che la caratteristica di un supereroe è quella di far aspirare a chi lo vede di essere come lui, di avere i suoi stessi poteri o abilità. E’ il problema sta proprio qui: solo Harley trasmette questa necessità naturale di essere lei, quella sana voglia di emulazione che sono la linfa dei fumetti prima e i film dopoIl fatto è, come detto, che la caratteristica di un supereroe è quella di far aspirare a chi lo vede di essere come lui, di avere i suoi stessi poteri o abilità. E’ il problema sta proprio qui: solo Harley trasmette questa necessità naturale di essere lei, quella sana voglia di emulazione che sono la linfa dei fumetti prima e i film dopoprobabilmente il più importante. Questo nuovo film, la cui regia è stata affidata a James Gunn, regista e sceneggiatore con un passato tra accreditato e non accreditato nel mondo Marvel, dimostra ancora una volta, dopo il doppio disastro Justice League, l’incapacità del due DC/Warner di creare una linea narrativa continua tra le varie storie. The Suicide Squad, infatti, si discosta completamente dal primo film, a cui rimane come punto di comune solo il motivo di creazione della squadra. La stessa provenienza o ambito di Harley Quinn in questi tre film, a due citati va aggiunto Bird of Prey, è sempre diversa con uno sviluppo che ogni volta non ha, colpevolmente, vasi comunicanti. Questo approccio, dal mio punto di vista, è molto limitante, racconti come questi hanno bisogno di paletti storici, di punti narrativi fermi su cui ripartire.
Passiamo allo spessore dei protagonisti. E’ inutile girarci intorno, senza l’appena citata Harley Quinn questo titolo sarebbe poco più di una centrifuga di comparse. Tutte i momenti migliori, vedi la bellissima scena della fuga dal palazzo governativa, la vedono protagonista con una soglia di attenzione e immedesimazione che ogni volta che viene inquadrata si alza naturalmente. Senza nemmeno soffermarsi sugli altri, non credo ne valga la pena, lo stesso Bloodsport, interpretato dal pur bravo Idris Elba, non sfonda mai, non ti viene mai da dire “vorrei essere lui”, fine ultimo di ogni supereroe.
Se analizziamo però il film dal punto di vista spettacolare, allora siamo davanti a un prodotto di livello assoluto. Ci sono momenti di adrenalina pura, della soddisfazione di quel fuoco e fiamme di cui si diceva all’inizio. La seconda parte, dopo una prima di studio, è un incalzante continuo susseguirsi di eventi concatenanti che danno l’impressione, splendidamente, di vedere un fumetto animato. L’idea si fonda con le immagini e la fantasia con una bellissima realtà. Perché per quanto azzardate o umanamente complicate, ogni azione per esaltare e darci quel senso di soddisfazione completo, ha bisogno della possibilità mentale di stuzzicare quel piccolo angolo del nostro cervello che ce le rendono non solo possibile ma addirittura, probabile. E questo The Suicide Squad te lo fa fare.
L’ultimo punto, inevitabilmente, si collega al primo. Nel senso che una volta accettato il limite, se ci si riesce, che questo è un film a se stante, lo sviluppo assume un sapore diverso. Lasciando stare il cattivo di turno, che non mi ha convinto sino in fondo, la storia nel suo essere circoscritta, funziona e anche bene. Tutti gli avvenimenti hanno un qualche senso seppur con alcune forzature che però per film del genere sono inevitabili quanto necessarie.
La somma di queste quattro considerazioni mi portato a promuovere nel complesso questo film seppur con qualche ma accanto, che deriva soprattutto sull’opportunità di creare un mondo nel mondo, quasi che le varie produzioni facciamo parte di piccoli microuniversi simili ma sfalsati. Il passato del Bloodsport di Will Smith è diverso da quello di Idris Elba, quasi se fossero due personaggi diversi con personalità discordanti. La mossa vincente, e non poteva essere altrimenti, è comunque far ruotare quasi tutta la storia intorno a Harley Quinn e alla nuova meravigliosa interpretazione di Margot Robbie. E’ lei che gestisce emozionalmente il film, nonostante il tentativo, coraggioso direi, di creare storie simil umane parallele intorno ad altri protagonisti, Cleo Cazo e Polka Dot Man su tutti. Il fatto è, come detto, che la caratteristica fondamentale di un supereroe è quella di far aspirare a chi lo vede di essere come lui, di avere i suoi stessi poteri o abilità. E’ il problema sta proprio qui: solo Harley trasmette questa necessità naturale, quella sana voglia di emulazione che sono la linfa dei fumetti prima e i film dopo. Perché alla fine inconsciamente, mentre per quelli che non ci convincono ogni azione diventa forzata o solo figlia di una penna, per quelli che consideriamo veri supereroi e che ci esaltano le cose impossibili diventano possibili, normali e, soprattutto, reali.
Jonhdoe1978
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