
La magia…
Che sia nera, bianca, maledetta o benefica, non c’è una persona al mondo che in fondo non ci creda. Negarla, infatti, significherebbe accettare passivamente la nostra mortalità e questo l’uomo, almeno al 100%, non è in grado di farlo. Questo porta come conseguenza che tutte le storie con essa protagonista creino in chi le guarda una sorta di attrazione inconscia se non altro perché vanno a scontrarsi in egual misura sia con le nostre paure che con le nostre speranze.
The Skeleton Key prende il discorso molto alla lontana per poi, soprattutto nella parte finale, fare uno switch in più che poi a conti fatti è quello che lo fa essere un film vincente. Entrando nello specifico e avvisando di fermarsi se non si è visto il film, gli ultimi minuti uniscono a quella sete di soprannaturale specificata nelle prime righe, l’altro grande sogno dell’uomo: l’immortalità. E non quella fisica, che parliamoci chiaro alla fine non frega a nessuno, ma quella dell’anima e della coscienza. Proprio l’arrivo a questo tema, a mio avviso, cambia tutto il senso della storia rendendola non solo assolutamente intrigante ma anche e soprattutto molto complessa da analizzare con chiarezza. Da una parte, infatti, c’è la nostra parte di innata giustizia che quindi sta dalla parte di Caroline e Ben e dall’altra quella egoistica e istintiva che invece non riesce a odiare Violet e Luke. Senza addentrarci in un ambito moralista/astratto che a nulla porta, la domanda è: siamo cosi sicuri che avendo la possibilità e magari con modi diversi, non ci comporteremmo allo stesso modo dei due cattivi per vivere per sempre? Io sinceramente non lo so e il film, tornando alla questione principale, ci pone questa domanda nel modo più corretto possibile, non creando, in pratica, un solco assoluto tra bene e male. Proprio questo ponte sottile, se escludiamo, infatti, il primo sortilegio con protagonisti i bambini, non arriva una malvagità dirompente, dal mio punto di visto, solleva il racconto da semplice storia soprannaturale a una questione più morale/personale. Non so se questo era l’intento di Iain Softley e Ehren Kruger (regista e sceneggiatore) ma questo è quello che a me è arrivato e che mi fa dire che il progetto è riuscito. Un po’, con le giuste proporzioni, mi ha ricordato Cimitero Vivente (l’originale attenzione!) anche se li la questione morale stava nella non accettazione della morte e del conseguente comportamento.
Se a livello di regia non si possono fare grandi critiche, qualcosa in più si può dire per la sceneggiatura e soprattutto per la prova attoriale. Lo script in alcuni tratti è evidentemente debole e scolastico, crea molto meno di quello che dovrebbe, e assume tutto il suo lustro, come ormai sarà chiaro, solo per la sporca e affasciante fine. Fine che invece non salva l’interpretazione complessiva degli attori, in primis di Kate Hudson. Dal mio punto di vista, ella è stata sempre (ed è) un’attrice appena sufficiente e in questo film ha solo confermato questa mia considerazione. In pratica, non da di più e non le si può chiedere di più. Stavolta però, è in buona compagnia, anche Gena Rowlands (cerca di fare Kathy Bates senza essere Kathy Bates) e Peter Sarsgaard non hanno dei picchi elevatissimi, anzi la sensazione di compitino è pressante e costante. Il problema (stavolta nell’accezione contraria) è che quella fine non dico che pulisce tutto ma di certo leva gran parte di quello sporco restituendoci cosi un capo comodo e morbido.

The Skeleton Key ha, secondo me, un parametro ben chiaro di piacere: la quantità di misticismo e spiritualismo che ha lo spettatore. Più si è materialista, come detto all’inizio non completamente, sarebbe impossibile, e più la storia ti si allontana, e al contrario, più si è aggrappati istintivamente all’ultraterreno o alla possibilità che ci sia qualcosa oltre quello che percepiamo e più ci si immerge. Ovviamente, il messaggio che il film vuole mandare, accettando la mia lettura, non è univoco e quindi per certi versi estremamente buio e scoraggiante. Se da un lato infatti, c’è quel sentore di immortalità con tutte le considerazioni fatte, dall’altro c’è quasi il dichiarare che quell’aspetto riguarda solo la parte oscura. Non aver mai messo in mezzo nessun un alter ego bianco, la discriminante, infatti, è solo credere o non credere a certe cose, delimita l’ambito interpretativo portando il quesito dannazione/salvezza solo da una prospettiva. E’ un errore? Per me assolutamente no. Siamo pieni di storie horror/thriller (alcune riuscite per carità) con un dualismo chiaro e averne uno nella quale non esiste non può che essere un elemento positivo.
Facendo i classici pro e contro, abbiamo da una parte uno script poco performante all’inizio, un consequenziale zoppichio nella costruzione della trama e un’interpretazione molto modesta, e dall’altra una regia sufficiente e una fine molto bella. Ora, se dovessimo fare la media, mi pare evidente che il risultato non sarebbe granchè, ma poi entrano in ballo tutte le considerazioni suddette e le cose evidentemente cambiano. Misteri del cinema e dell’inconscio… per fortuna aggiungerei.
Jonhdoe1978























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