
Per qualche strano meccanismo emotivo ci viene molto più facile parlare di noi, a volte tramite metafore enigmatiche e personali, scrivendo piuttosto che parlando. E’ come se il calamaio e la macchina da scrivere prima e il pc e il tablet poi fossero da sempre una specie di confidente silente che ci da la possibilità di provare ad esorcizzare tutte le nostre debolezze e le nostre intime speranze.
Loretta Sage (Sandra Bullock), non senza difficoltà, è riuscita a terminare l’ultimo romanzo della saga, da lei creata, con protagonista il personaggio di fantasia Dash McMahon. La sua agente Beth Hatten (Da’Vine Joy Randolph) la convince a partecipare a un tour promozionale del libro accompagnandola, vista la popolarità tra le donne, con Alan Caprison (Channing Tatum) modello che ha dato un volto a Dash. Mentre abbandona il primo di questi appuntamenti, che non è andato esattamente come doveva, viene rapita dagli uomini del miliardario Abigail Fairfax (Daniel Radcliffe) per chiederle di aiutarlo a trovare la “Corona di fuoco”, misterioso tesoro al centro proprio del racconto da lei appena pubblicato. Il rifiuto della donna non scoraggia Abigail che anzi droga la scrittrice e la carica sul suo personale aereo direzione l’isola nella quale dovrebbe trovarsi proprio l’antico reperto. Alan Caprison e Beth Hatten accortisi dell’accaduto decidono di intervenire e cercare di rintracciare e salvare Loretta.
Nel momento in cui Sandra Bullock ha dichiarato che si sarebbe presa una pausa a tempo indeterminato dalle scene per dedicarsi alla famiglia, l’attesa per il suo ultimo film, The Lost City appunto, è inevitabilmente cresciuta. E’ innegabile, infatti, che al di la del gusto personale, l’attrice virginiana è stata una della grande protagoniste del panorama cinematografico americano negli ultimi vent’anni (almeno), e pensarla fuori dai giochi è quanto meno anormale e inconsueto. Purtroppo il risultato di questo arrivederci è decisamente sotto la media delle sue normali produzioni e questo in primis per non essere riuscito il film a mantenere le premesse di genere. Quello che si aspettava da The Lost City, infatti, dopo un inevitabile cappello iniziale, era evidentemente un incalzante corsa al tesoro con tanto di azione e pericoli. Ed invece, se si esclude la breve parte in cui è presente Brad Pitt (peraltro ben fatta), il film è una continua e a tratti snervante attesa che succeda qualcosa. La parte del ritrovamento del tesoro, che alla lunga diventa più concettuale che pratica, si riduce solo agli ultimi minuti e senza quel pathos (aprire una tomba con un piede di porco dimenticato è quantomeno paradossale) che era lecito attendersi. Il viaggio cosi, seppur nelle intenzioni molto più spirituale che fisico, ha a mio avviso, perso di intensità e soprattutto di aspettative. Avere la sensazione perenne che qualcosa prima o poi debba succedere, infatti, per definizione sfianca lo spettatore che alla fine esce mentalmente dalla storia e dal suo significato. Quest’ultimo che riguardava la ricerca di se stesso da parte di Alan, tra insicurezze e finte apparenze, e la dolce realizzazione che esiste sempre una seconda possibilità da parte di Loretta, ha peccato cosi di coinvolgimento e di quella meraviglia particolare di cui aveva bisogno. L’emotività di una storia, infatti, va sempre ricercata nella sua specializzazione. Il tramonto di un’isola che nasconde un tesoro dell’antichità e che è ambito da malvagi e gente senza scrupoli (un Daniel Radcliffe di nuovo monocorde) non può essere lo stesso di quello di un paesino tranquillo sul mare che vive di speranze e ricordi. I colori sono probabilmente gli stessi ma non le sensazioni, che nel primo caso si devono condire di sorpresa, inquietudine, pericolo e quasi abbandono in un tempo che potrebbe non esserci e che quindi va vissuto più in fretta. Se questo non c’è, il castello iniziale perde tutta la sua fisionomia primordiale e questo a prescindere dalla singola scena o dalla costruzione di quel determinato rapporto.
Sandra Bullock è un po’ lo specchio di tutto il film con una prova, almeno per quello a cui ci ha abituati, piatta e senza sussulti. Le pene del suo personaggio non superano mai la barriera della finzione rimanendo confinate nell’immagine generale che esse trasmettono, vedi la solitudine, in quanto tali. Peggio di lei Channing Tatum apparso forzato e assolutamente non credibile dal primo all’ultimo secondo, e nettamente schiacciato, nonostante i pochissimi minuti in cui è apparso, da Brad Pitt. La presenza di quest’ultimo coincide con i momenti migliori di tutto The Lost City e questo la dice lunga sulla consistenza complessiva dell’intera produzione.
Dopo essere arrivato, non senza difficoltà, alla fine, illuminata c’è da dirlo dalla scena post credit, ho cercato di riavvolgere il nastro onde capire il reale significato di quanto appena visto. E’ stata un’avventura romantica, o un percorso di redenzione e scoperta emotiva mascherato da avventura? La risposta è che non è stata ne una e ne l’altra ma solo un triste mashup naufragato progressivamente sia nell’idea che nelle intenzioni.
Jonhdoe1978
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