
Esistono storie vere che sembrano nascere già con una vocazione narrativa, pronte a trasformarsi in racconto, teatro e/o cinema.
Quella di Mary Shepherd, l’anziana senzatetto che visse per quindici anni in un furgone parcheggiato nel vialetto dello scrittore Alan Bennett, appartiene a questa categoria: un episodio bizzarro, tenero, sgradevole e profondamente britannico, che Bennett aveva già trasformato in memoir, pièce teatrale e radiodramma prima di approdare al cinema con The Lady in the Van, diretto da Nicholas Hytner e sceneggiato dallo stesso autore.
Ambientato tra il 1974 e il 1989 in una via residenziale di Camden Town, il film racconta l’incontro tra due solitudini diversissime. Da una parte Alan Bennett, commediografo appartato, ironico, poco incline ai rapporti sentimentali e più abituato a osservare la vita che a viverla. Dall’altra Miss Shepherd/Margaret Fairchild, anziana vagabonda cattolica, scostante, maleodorante, ostinata, dotata di un carattere impossibile e di un passato misterioso. La donna si sposta con il suo furgone da un civico all’altro, tollerata con imbarazzo dai vicini, finché Bennett, un po’ per pietà e un po’ per liberarsi di un problema pratico, le offre temporaneamente il proprio vialetto. La sistemazione provvisoria durerà quindici anni.
Il punto di forza del film è naturalmente Maggie Smith, che conosceva già il personaggio per averlo interpretato a teatro e alla radio. La sua Miss Shepherd non è mai la barbona dal cuore d’oro costruita per commuovere a comando: è sgradevole, ingrata, sospettosa, spesso insopportabile. La Smith non cerca di renderla simpatica, e proprio per questo la rende vera. Dietro le manie, le frasi sconclusionate, la fissazione per i furgoni dipinti di giallo e l’igiene disastrata, lascia intravedere una donna spezzata da un senso di colpa antico, una ex novizia, una ex pianista di talento, forse anche una ex autista d’ambulanza durante la guerra, precipitata progressivamente ai margini della società e di sé stessa.

Accanto a lei, Alex Jennings offre un Bennett misurato e intelligente, sdoppiato in due figure: l’uomo che vive e lo scrittore che osserva, commenta, giudica e trasforma tutto in materiale letterario.
L’espediente è brillante perché sostituisce il voice over con un dialogo continuo tra due versioni dello stesso autore, aprendo una riflessione sul rapporto tra vita e scrittura, compassione e sfruttamento narrativo. Alla lunga, però, il meccanismo tende a perdere freschezza e resta più un vezzo metateatrale che un vero motore drammaturgico.
Il film funziona meglio quando si affida al tono tipico della commedia britannica: umorismo secco, battute taglienti, situazioni al limite dell’assurdo, malinconia trattenuta. Bennett osserva Miss Shepherd senza santificarla, ma anche senza ridurla a macchietta. La guarda con fastidio, curiosità, pietà, senso di colpa e affetto, in un rapporto che non diventa mai apertamente sentimentale. Tra i due non ci sono grandi dichiarazioni, ma piccoli gesti, porte sbattute, silenzi, irritazioni quotidiane e una forma di cura quasi involontaria.

Hytner, già abituato ad adattare Bennett per il cinema, confeziona un film elegante e ordinato, sostenuto da una fotografia londinese dai toni fumosi e dai colori accesi, ma non riesce sempre a liberarsi dall’origine teatrale del testo. La strada di Camden Town, per quanto reale e significativa, appare spesso come una scenografia; la messa in scena rimane rigida, composta, quasi televisiva nel senso più nobile ma anche più limitante del termine.
Si avverte la mancanza di una vera reinvenzione cinematografica: il materiale è gustoso, gli attori sono eccellenti, ma il film raramente sorprende per invenzione visiva o ritmo.
Anche il mistero sul passato di Miss Shepherd, pur aggiungendo spessore al personaggio, non sempre incide davvero sul rapporto con Bennett. I flashback e gli indizi disseminati lungo il racconto accompagnano il progressivo disvelamento del trauma, ma la costruzione resta piuttosto convenzionale. Il finale, con una parentesi quasi ascensionale, rischia inoltre di spingere il film verso un simbolismo un po’ forzato, meno efficace della sua più asciutta ironia quotidiana.

Eppure The Lady in the Van conserva una grazia particolare. Parla di emarginazione, ipocrisia borghese, carità riluttante, fede, colpa e vecchiaia senza trasformarsi in un pamphlet sociale.
Un altro suo punto di forza sta nella misura, nella capacità di far convivere il comico e il doloroso, l’odore acre della realtà e la leggerezza della parola. Non è un film memorabile né pienamente riuscito nella traduzione dal palcoscenico allo schermo, ma possiede cuore, intelligenza e una protagonista gigantesca.
Più che una grande opera cinematografica, è un raffinato esercizio di osservazione: la storia di una donna impossibile da amare facilmente e di uno scrittore che, accogliendola nel proprio vialetto, finisce per accoglierla anche nella propria opera.
Con tutti i limiti di una messinscena trattenuta, resta una commedia dolceamara, civile e pungente, illuminata da una Maggie Smith semplicemente formidabile.
Alessandrocon2esse
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