
Per remake si intende il rifacimento in chiave moderna di un’opera del passato che in qualche modo ha lasciato un segno importante. Se questo da un punto di vista prettamente artistico può avere un senso, cercare di far attecchire la storia nelle nuove generazioni attraverso una versione e degli attori sentiti più vicini, fare una cosa del genere a soli tre anni dall’uscita del film madre diventa incomprensibile soprattutto in un momento storico dove non esistono più barriere comunicative.
E’ ovvio infatti, che 20/30 anni fa un film danese avrebbe fatto fatica ad arrivare facilmente sia in Europa che in America. Ora tutto è diverso e gran parte del mondo amante del cinema ha potuto ammirare il The Guilty originale, apprezzandone subito idea e qualità. La base di questa storia sta soprattutto nell’angoscia di non sapere, di provare un brivido immaginando scenari solo sussurrati, con una costruzione delle scenografie figlia solo della nostra capacità di immaginare. Questa splendida e bellissima sensazione scema inevitabilmente se già si conosce lo svolgimento nonostante, è giusto dirlo, Jake Gyllenhaal faccia di tutto per farci immergere di nuovo in quel mondo labile e precario che il protagonista vuole rappresentare.
In questa condizione il senso di redenzione di Joe (Asger nell’originale) rimane molto più in superficie e questo anche per non essere riuscito il pur bravo Antoine Fuqua a ricreare la stessa situazione intima del primo film. I piccoli spazi utilizzati nel 2018, infatti, avevano creato una sorta di senso claustrofobico perfetto per rappresentare le dinamiche chiuse e pressanti di cui la storia si nutriva. L’utilizzo del 911, idealmente percepito più grande, ha sminuito questo concetto costruendone un altro, intenzionalmente direi, nel quale allargare il valore dell’errore e della sua accettazione in scala più grande e quindi con un tentativo di impatto sociale maggiore. Intenzione di variazione che comunque non riesce minimamente a giustificare il motivo di questa produzione di cui se ne sarebbe fatto a meno senza problemi.
Jonhdoe1978
Voto 5/10
TITOLI DI TESTA: Chiamami col tuo telefono
TRAILER: Dopo aver interpretato n’sociopatico che vede li conigli, un disegnatore pippa, n’marito cornuto e un cowboy un pò frifrì a Jake je mancava un ruolo da mette sul curriculum: centralinista! “Pronto come te posso aiutà?” è una di quelle battute che pe dilla nun te serve il metodo Stanislavskij, ma Jake ce crede talmente tanto che alla fine nun ce se credo abbiano potuto fà un film del genere.
Jake, centralinista in punizione di un call center del 911, risponne a tutti, pure a na donna che pare è stata mezza rapita, poi però siccome nun se capisce allora Jake se mette a indagà ma la sceneggiatura nun l’aiuta tanto. “A Jake leggete er copione” disse il regista…ma quello và a braccio e aprete cielo. Colpi di scena, colpi di frusta (Jake stà seduto tutto er film) e colpi sulla scrivania non fanno mai decollà sto film girato dentro na stanza co tutti telefoni che squillano.
Dall’altra parte della cornetta accade di tutto e Jake da bravo attore cerca de trasmette tutte l’emozioni date da ste voci che parlano, parlano, parlano…poi ce se mette pure lui con i suoi sensi de colpa e il film diventa un calderone.
Sto film se chiama “The Guilty”, il colpevole…ma qui l’unico colpevole è proprio Jake che come centralinista non potrà mai avere un futuro.
Voto 5 / 10
Mklane
Una linea telefonica. Da una parte c’è Emily Lighton (Riley Keough), una vittima che cerca disperatamente aiuto e si sta convincendo che la sua ora sia inesorabilmente vicina e, dall’altro lato della cornetta, l’agente di polizia Joe Baylor (Jake Gyllenhaal), retrocesso al servizio di emergenza per un’incombente udienza disciplinare che prova disperatamente a salvarla, trovandosi a dover fare i conti anche (e soprattutto) col suo caos interiore.
Sono queste le premesse di The Guilty, remake di Antoine Fuqua del recentissimo Den skyldige di Gustav Möller, pellicola di cui l’astuto Gyllenhaal si è subito innamorato e ne ha intuito il potenziale, acquistandone i diritti per produrne un rifacimento a stelle e strisce.
Girato nell’Autunno del 2020, in piena emergenza Covid, il risultato ha quel sapore da “lockdown” che sfonda una porta già aperta nella naturale distribuzione su Netfilx. Tutto si regge sull’intensa interpretazione di Gyllenhaal, coadiuvato da una carrellata di guest star di “voci al telefono” che vanno da Ethan Hawke e Peter Sarsgaard a Eli Goree e Paul Dano che danno modo al protagonista di origini svedesi di sottolineare la collera e l’impulsività del suo personaggio, oltre a punteggiare il ritmo della pellicola.
Fuqua si riduce al minimo indispensabile, limitandosi a dettare i tempi con mano sinistra e bacchetta, come farebbe un capace direttore d’orchestra. Come se volesse (saggiamente) nascondere dietro una nobile “rivalutazione” del film di Möller, quello che effettivamente non è altro che un “Copia/Incolla” di una pellicola candidata appena due anni prima agli Oscar come Miglior Film Straniero, dalla sceneggiatura glaciale e che aveva addirittura scomodato paragoni con il linguaggio cinematografico che fu di Alfred Hitchcock.
Senza voler quindi risultare eccessivamente brutale nei confronti di Fuqua, regista che apprezzo in particolar modo, mi limito a definire The Guilty come l’ennesimo remake di cui non c’era assolutamente bisogno.
Alessandrocon2esse
Voto 5.5 / 10
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