
Sebbene ogni regista abbia il suo modo di dirigere ce ne sono alcuni il cui tratto, per vari motivi, è più riconoscibile di altri. Fra questi rientra senza ombra di dubbio Wes Anderson. Il suo è uno dei casi, non molti direi, in cui bastano pochi secondi per associare immediatamente a un’immagine il proprio autore e questo soprattutto per la personalissima tecnica visiva, l’utilizzo di colori acceso pastello su tutti, che da sempre lo ha contraddistinto.
Tale peculiarità stilistica la ritroviamo, forse addirittura in maniera più decisa rispetto al solito, in The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun, sua ultima fatica, a cui però manca l’altro grande marchio di fabbrica del regista texano: la combinazione degli eventi e la profondità dei personaggi perennemente in divenire.
L’impressione del titolo in oggetto, infatti, è di un bellissimo quadro senza anima, di tanti piccoli racconti a cui manca il vero racconto, inteso come quell’anello di congiunzione necessario a dare profondità e motivazione a personaggi e storia. L’auto conclusione di ogni episodio narrato, seppur nelle intenzioni unito dal fatto di essere raccontato nell’ultimo numero del giornale, rende superficiale il contesto generale che cosi risulta a tratti completamente assente. Tale asetticità di contenuto, vera novità per Anderson, fa apparire questo film quasi come un intimo e personale auto riconoscimento, un voler cullarsi nell’estremismo visivo e stilistico a lui tanto caro.
La speranza è che questo sia solo un esperimento, la caricaturalità di alcuni momenti, sinora mai visti, potrebbe farlo pensare, e non un buco artistico più profondo. Perché alla fine, per quanto straordinariamente confezionato, il vero cuore di ogni film è il suo messaggio, quella sottile magia che attraversa lo schermo per regalare emozioni e riflessioni. E quando questo manca si perde l’essenza stessa dell’arte o meglio se ne assapora solo una parte che, tra l’altro, svanisce dopo pochi secondi non essendo riuscita ad andare al di la degli occhi.
Jonhdoe1978
Voto 5.8/10
TRAILER: Occhio che diventi cieco!
TRAMA: Se dico autoerotismo sai cosa intendo? Puoi cercare la parola su qualsiasi vocabolario o al massimo te poi vedè l’urtimo film de Wes Anderson.
Questo ne ha fatti de film, tutti precisi, tutti carucci, l’inquadrature col goniometro e i colori che pure un cieco va a finì che ce vede. Ha parlato de na famiglia che se vestiva da Mas, de 3 che rincorrevano li treni a rallentatore, del portiere de n’albergo a ore de Budapest, de volpi incravattate e pure de certi che sò convinti de trovà i calamari giganti ad Anzio.
A strigne erano tutte storie che te lasciavano qualcosa, alla fine eri soddisfatto e t’accendevi pure na sigaretta. The French Dispatch invece è come uno che stà sul punto de venì e poi niente. E ma voi mette l’estati? Così Wes (senza Dori Ghezzi) se fà sta ricca pippa che ruota intorno alle vicende de na redazione de n’giornale. Er reporter ciclista che come un pensionato và in giro pe li cantieri, n’artista matto che non lo sà manco lui quello che stà a dipinge, un regazzetto co na storia grigia che se innamora de na vecchia fighetta dei grigioni, per poi finire co la storia de un cuoco cinese che non ha superato le selezioni de Masterchef.
Wes & Dori Ghezzi cantavano “Un corpo e un anima”…qua de corpo e corpi ce ne stanno fin troppi (tipo il cameo di Edward Norton che dura manco un minuto) er problema è che dell n’anima qua nun c’è traccia.
Mklane
Voto 5/10
Con The French Dispatch, il suo decimo lungometraggio, Wes Anderson sembra aprire al pubblico le porte della sua camera ardente, in modo che tutti possano glorificare per l’ultima volta il suo cinema. Quel cinema che tanto somiglia alla soffitta di un collezionista (o accumulatore seriale…facite vobis), dove vecchie fotografie sbiadite, oggetti del passato, ritagli di documenti e chincaglieria kitsch, sono stati conservati, disposti e catalogati da una mano ed un occhio ossessivi, rimasti ormai orfani da anni.
In un clima di distaccato tedio, si sviluppa una commemorazione funebre che ci immerge nelle tribolazioni legate all’elaborazione del lutto, divisa in quattro capitoli: Il reporter ciclista, Il capolavoro di cemento, Revisioni a un manifesto e La sala da pranzo privata del commissario di polizia. Commemorazione a cui una truppa di celebrità incalza a spintoni, anche solo per poter apporre la propria firma sul registro delle visite e dare prova della propria partecipazione alle esequie.
E proprio con il secondo capitolo, quello dove l’artista carcerato Moses Rosennthal (Benicio del Toro) coglie il suo sguardo sull’universo esterno attraverso la sua musa Simone (Léa Seydoux) che Anderson sembra ammettere di essere ormai vittima e carceriere della sua “prigione”, unico spazio a concedergli l’ossimorica ed effimera libertà di rappresentare la sua forma di cinema, per poi tornare nuovamente alla soggiogante realtà delle sue ossessioni.
Nascosto dietro un omaggio al The New Yorker, ai suoi fumetti e ai suoi giornalisti, Anderson articola il “necrologio” del SUO cinema, lasciatosi andare dopo aver smarrito tessuto, vigore, spirito ed idee. Perché sarà anche piacevole rovistare di tanto in tanto tra la polvere e i ricordi di una vecchia soffitta, ma è pur vero che è anche molto triste…e di tristezza si può anche morire.
Alessandrocon2esse
Voto 6.5/10
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