
Uno dei pochi spunti di interesse che la Masterclass di Viggo Mortensen, non per colpa sua, svolta alla Festa del Cinema di Roma, ha dato e quando l’attore ha detto come uno stesso film visto dalla stessa persona in momenti della vita diversi, possa far provare sensazioni diverse. Ovviamente, questa affermazione riguardava nello specifico il suo film, ma è un discorso che lui, e mi trova assolutamente d’accordo, allargava a ogni opera. Ora, trasportando questo concetto nello specifico, magari in futuro prossimo rivedendo The Dead Don’t Hurt, secondo film dell‘attore americano nella duplice veste attore/regista, troverò degli elementi interessanti e originali su cui soffermarmi, ma questa volta, purtroppo, no.
Chiariamo da subito che non si tratta di brutto film, ma di certo, e qui il motivo della mia affermazione, non di uno di quelli che possa rimanere nella memoria di chi lo guarda per più di una manciata minuti. La sensazione che ho provato, infatti, sin dall’inizio, oltre all’oggettiva lentezza della trama, è che fosse tutto troppo prevedibile e quindi privo di una qualsiasi originalità o sussulto per smuovere completamente qualcosa. Destino, amore, vendetta e ribellione morale sono elementi che in The Dead Don’t Hurt, sin da subito, sono troppo telefonati e annunciati e non riescono, quindi, praticamente mai a innescare un vero corto circuito emotivo. Per carità, la maniacalità di Mortensen, più volte da lui stesso segnalata durante il suddetto incontro, è evidente e questo ha reso tutta la storia aderente agli usi e ai costumi del periodo, ma l’assenza di un anima coraggiosa e irruente alla lunga si accusa. Il motivo, sempre a mio avviso, non va però ricercato tanto nella storia in se, che avrebbe i connotati per emergere e lasciare il segno, quanto alla consecutio degli eventi e dal fatto che non ci sia un solo elemento interpretato in modo da scombussolare la trama. Anche l’evento principale, che senza citarlo per ovvie ragioni di spoiler dovrebbe far saltare il banco e tramortire lo spettatore, è stato troppo preparato ed è diventato prevedibile. Il montaggio scelto, infatti, aveva fatto capire subito che c’era qualcosa che temporalmente non tornava qualcosa e quel qualcosa, dopo un paio di scene, era diventato quasi scritto.
L’altro elemento che secondo me acuisce queste parziali mancanze è proprio il genere scelto. Mi spiego. Il western, proprio perché la mente riproduce in automaticamente le regole conosciute del periodo, permette un’apertura di azioni amplissime e con esse una possibilità pressoché illimitata di estremizzazioni narrative. Questo comporta che un freno considerato normale in una storia contemporanea, qui diventa parzialmente debole.
Come detto all’inizio, però, non si tratta di un film brutto e ci sono anche degli elementi apprezzabili ed è giusto soffermarcisi. Per primo, come detto, la piena veridicità delle ambientazioni, perfettamente corrispondenti al periodo e al luogo e non era una cosa assolutamente scontata. Sono tanti i film che per amor di trama utilizzano luoghi adattati con il risultato di smorzare la stessa emotività che tale scelta voleva esaltare. In secondo luogo, l’interpretazione di Vicky Krieps. La sua Vivienne, il film è evidentemente anche un inno sulla forza delle donne e alla loro capacità di mettersi il mondo sulle spalle per amore e dignità, è convincente e per lunghi tratti avvolgente. Certo, anche a lei manca, nella complessità, quel guizzo che tanto sto criticando del film, ma di certo questo non lo si può imputare alla sua bellissima interpretazione. Terzo elemento, il senso di circolarità che la storia alla fine di riffa e di raffa trova anche se dall’alto di una conclusione eccessivamente speranzosa/buonista. Qualcuno ha parlato di grazia come obbiettivo finale, io personalmente ci ho visto la voglia di non colpire troppo forte lasciando un sapore dolce dopo l’amaro (questa era l’intenzione) dato per gran parte del film.
Chiudendo il discorso attoriale, credo che Viggo Mortensen ci abbia fornito una delle prove “meno riuscite” della sua carriera. Il suo personaggio dovrebbe essere un misto tra sapienza, forza e concretezza e invece, per molti tratti si percepisce monotonia e ancora più grave, scarsa vitalità. Non esce mai dai binari del compitino morale e questo, soprattutto nella parte finale, diventa quasi insopportabile. Per carità, il centro del discorso alla fine era e doveva essere Vicky, ma questa evanescenza, magari giustificata all’inizio, alla lunga l’ha reso apatico e quindi non centrato completamente.
Appena finita la visione, la mia prima impressione, peraltro neanche troppo nascosta, è stata di un film lento e sbiadito. Ecco, piano piano, nonostante come detto non abbia occupato per molto tempo la mia mente, l’ho un pizzico rivalutato, se non altro perché il termine sbiadito non era quello che meglio poteva descriveva tutto il progetto. Quello giusto è: scontato. E non nel senso che il tema non era o è originale (quanti film ancora oggi utilizzano sfiondi narrativi triti e ritriti eppure riescono a trovare la loro anima singolare) quanto per l’esposizione ovvia e “telefonata”(questa parola continua a ronzarmi in testa riferita a questo film). La sensazione che ho avuto è che Mortensen si sia focalizzato più sull’estetica convinto che il contenuto era già di per se sufficiente per trovare da solo una sua dimensione emotiva. E la cosa forse peggiore (ma per certi versi anche migliore), ascoltando le sue parole, è che credo che lui alla fine ci abbia trovato e visto più di quello che in realtà il film dicesse veramente e concretamente e questo perché la sua idealizzazione del progetto era ed è enorme. Per carità, meglio questo di limite che l’assenza di prospettiva e intensità, ma di certo per scuotere l’anima (sua evidente intenzione) serve molto di più.
Jonhdoe1978
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