
Prodotto per la televisione e ispirato a una vicenda reale, The Client List si presenta come un film drammatico pronto ad affrontare tematiche scottanti come la crisi economica, il degrado morale e le contraddizioni della società americana.
L’intenzione dichiarata si perde però presto in un’operazione melodrammatica superficiale, affondata da una sceneggiatura mal congegnata, da una regia scolastica e da un tono che oscilla goffamente tra denuncia sociale e soap opera.
La storia è quella di Samantha Horton (Jennifer Love Hewitt), madre di tre figli e moglie di Rex Horton (Teddy Sears), un ex giocatore di football costretto all’inattività. In una provincia texana devastata dal precariato e dai mutui impagabili, Samantha decide di cercare lavoro come massaggiatrice. Ma il centro che la assume è una copertura per un giro di prostituzione di cui si avvalgono perfino esponenti delle forze dell’ordine. Di fronte all’urgenza economica, Samantha accetta il compromesso e diventa in breve la lavoratrice più richiesta del locale, guadagnando somme che permettono alla sua famiglia di tirare avanti… almeno per un po’.
Da questo spunto potenzialmente interessante, The Client List scivola rapidamente nella retorica più trita. Il percorso della protagonista (in teoria drammatico e controverso) viene trattato con uno stile didascalico e poco incisivo. L’escalation narrativa, che dovrebbe condurre a una riflessione morale sul compromesso e sull’ipocrisia del giudizio sociale, si riduce a una successione di svolte prevedibili, dialoghi piatti e una regia priva di qualsiasi ispirazione visiva o concettuale.
Eric Laneuville dirige con mano piatta, senza mai trovare un tono coerente: né abbastanza rigoroso da affrontare seriamente le implicazioni etiche del racconto, né abbastanza cinico da virare in chiave grottesca o critica.

Il risultato è un prodotto televisivo mediocre, che si prende tremendamente sul serio pur non avendone i mezzi. Ogni personaggio secondario (dal marito fallito alla suocera invadente, dai colleghi alla clientela maschile) appare tagliato con l’accetta, privo di spessore o evoluzione credibile.
Il finale (tra avvocate salvifiche, clienti influenti che “aiutano” sotto minaccia di esposizione e una reintegrazione sociale insolitamente pacifica) svuota ulteriormente il racconto di ogni reale tensione. Il dilemma morale “fin dove può spingersi una madre per il bene dei suoi figli?” che il film finge di sollevare, viene liquidato in modo consolatorio, ignorando le reali complessità di una situazione del genere. La “lista dei clienti”, che avrebbe potuto essere un simbolo di potere rovesciato o di rivalsa sociale, si riduce a un espediente narrativo da legal drama di quart’ordine.
L’unico elemento salvabile, e lo scrivo quasi con la morte nel cuore, è proprio la Hewitt, anche produttrice del film, che fa il possibile (sempre nei limiti delle sue capacità… sia chiaro) per infondere umanità al suo personaggio. Nonostante i limiti della scrittura, l’attrice riesce a trasmettere una discreta dignità alla sua Samantha, anche se in un contesto che le rema contro. La sua performance (piantatela… ve lo leggo negli occhi mentre leggete) non basta però a risollevare una sceneggiatura che semplifica tutto, moralizza in modo sbrigativo e offre una conclusione buonista che contraddice il peso dei temi affrontati.

Il film tenta di camuffare la sua debolezza con un sentimentalismo artificiale, puntando tutto sull’eroismo silenzioso della protagonista e sulla spettacolarizzazione di una caduta e redenzione già viste centinaia di volte.
The Client List non disturba, non indigna, non emoziona: semplicemente, non lascia traccia.
E se in patria ha ottenuto un certo successo, al punto da tirarci fuori addirittura una Serie Tv, è solo per la capacità del prodotto di aderire ai cliché del dramma televisivo americano medio, dove la tragedia si trasforma in prodotto da discount.
Alessandrocon2esse
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