
Un’accorata e sentita lamentela per la morte del cinema in sala ed una polemica verso la tv che avanza e il profitto che distrugge la programmazione di qualità, a favore della quantità d’incasso.
Sono questi i temi principali di Splendor, pellicola del 1989 diretta da Ettore Scola e con protagonisti due mostri sacri del cinema italiano, apparentemente distanti, come Marcello Mastroianni e Massimo Troisi che interpretano Jordan e Luigi, rispettivamente il gestore di una sala cinematografica in un paesino di provincia ed il suo proiezionista.
Uscito a quasi un anno di distanza da Nuovo cinema paradiso, primo lungometraggio di Giuseppe Tornatore, Splendor ha più di una similitudine con la pellicola del collega di Bagheria, ma il confronto risulta del tutto impareggiabile.
L’emozione di fondo c’è e si avverte bene la malinconia del regista nel nostalgico ricordo di quando le sale cinematografiche registravano in platea “Solo posti in piedi”, seppure l’utopico finale tenda a spegnerla come l’acqua sul fuoco. E le buone interpretazioni dei protagonisti fanno sì che il film risulti alquanto piacevole e toccante, ma tutto questo non è sufficiente a fare di Splendor un’ottima pellicola…e la pecca di tutto sta proprio nella regia.
Scola sembra lasciarsi investire dall’impellenza civile della denuncia e finisce per sprofondare in un tono più lamentoso che commosso, funzionale più alla causa che alla necessità artistica, a differenza del capolavoro di Tornatore che ha una sua dimensione ce l’ha anche in quanto accalorato melodramma di formazione che si nutre di cinema. Inoltre ci troviamo davanti ad una storia dove l’intreccio viaggia su un binario diverso rispetto allo sviluppo del racconto, dove il tempo che passa non segue il normale ordine cronologico, bensì un raffazzonato dialogo tra bianco e nero, colore, flashback e flashforward che non fa altro che confondere lo spettatore, impedendogli di farsi coinvolgere appieno nelle dinamiche della storia.
Ma la testimonianza dell’impasse (o forse la crisi) di un regista fondamentale per la commedia italiana, sta tutta in quelle imperdonabili “sviste” tecniche di cui è piena la pellicola. Tanto per cominciare, ho trovato oltremodo improbabile credere al sessantenne Mastroianni che torna (trentenne???) dal fronte; o ancora lo strano ed erroneo montaggio di alcuni dei film che vengono proiettati nella sala dello Splendor, tipo la scena del passaggio all’anziano con le uova e quella del contadino nella balera de Il sorpasso di Dino Risi, inspiegabilmente proiettate in ordine cronologico inverso; per non parlare poi della scelta fotografica di rendere alcuni flashback in bianco e nero ed altri a colori, quasi come se si fosse optato di non filmare l’intero film in bianco e nero, probabilmente per questioni meramente economiche. Superficialità narrative e visive che svalorizzano un progetto che, nonostante la già citata bravura di Mastroianni e Troisi, si dimentica in fretta.
Nonostante queste non piccole défaillance, il film risulta discretamente piacevole, ma Splendor viene fuori alla fine soprattutto come un film eccessivamente autoreferenziale e piagnucoloso, totalmente incentrato sul cinema come “microcosmo” e derivato dalle opere di altri registi, come il Federico Fellini di Intervista, il Luciano Odirisio di Via Paradiso ed il sopraindicato Tornatore, troppo privo di un’anima propria. Anche il “miracolo” del finale ricorda molto il modo in cui si salvava il George Bailey de La vita è meravigliosa di Frank Capra (pellicola tra quelle proiettate allo Splendor).
Tra le note positive da segnalare c’è infatti, senza alcun dubbio, la bella carrellata di capolavori del cinema italiano e internazionale, utili a evidenziare il passaggio da un decennio all’altro in cui si sviluppa il trentennale rapporto di amicizia tra i due protagonisti: da Effetto notte di François Truffaut fino a La dolce vita di Fellini (già peraltro citato da Scola in modo brillante nel precedente C’eravamo tanto amati), passando attraverso i capolavori dei vari Vittorio De Sica, Marco Bellocchio, Ingmar Bergman, Mario Monicelli ed Ermanno Olmi, rendendo omaggio ai registi che hanno reso grande quel cinema che, lentamente, sta morendo.
Note di merito vanno anche alle musiche di Armando Trovajoli, alla fotografia di Luciano Tovoli e ai costumi di Gabriella Pescucci, oltre alla buonissima caratterizzazione dell’ottimo Paolo Panelli che interpreta il tenero Signor Paolo, un vecchietto che frequenta perpetuamente il cinema Splendor solo perché follemente innamorato dell’affascinante Chantal, cassiera del cinema ed ex ballerina dello spettacolo/rivista “Le plus belle” interpretata da Marina Vlady…tutti candidati al David di Donatello per la stagione del 1989.
E seppur privo di candidature e nomination a premi e concorsi, la mia ultima menzione (seppur palesemente di parte) non può che andare alla figura del proiezionista Luigi portata sullo schermo da Massimo Troisi: un idealista che vive immerso in un mondo fatto di volti celebri e dive e crede nei miracolosi colpi di scena cinematografici.
Un personaggio che si nutre di cinema e che ad ogni occasione cita battute tratte dagli stessi film che proietta per lavoro e per passione.
Un po’ come quei tre sciagurati di Cineastio.it
Alessandrocon2esse
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