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Sommersby (1993) di Jonhdoe1978

⭐29 Giugno 2023 ⭐ Contrassegnato con: Recensione Sommersby, Sommersby, Sommersby Recensione

Sommersby Interna

Sull’opportunità dei remake c’è una vecchia e antica disputa. C’è chi li ritiene uno dei mali del cinema e chi, come me, pensa che la propria valenza va contestualizzata e valutata volta per volta. Le discriminanti a mio avviso sono due: il fattore tempo, se un film viene ripreso a distanza di 50/60 (vedi Scarface) non si può non pensare che la maggior parte degli spettatori lo considereranno opera prima, e il fattore psicologico personale, che vede nell’effetto emotivo del momento il motivo del proprio giudizio. Senza impelagarmi in riflessioni che assomigliano molto più alla filosofia e al modo di vedere in generale le cose, possa affermare che l’effetto che mi fece Sommersby la prima volta che lo vidi, mi portò a soprassedere del tutto sul fatto che fosse appunto un remake (Il ritorno di Martin Guerre di Daniel Vigne del 1982) eliminando qualsiasi curiosità di paragone. In pratica, capii che non avrei mai visto il suo genitore.

Detto questo, ognuno le cose le vede e le sente per quello che è, Sommersby è ben lungi dall’essere un film perfetto ma riesce, o meglio, con me è riuscito, a tirare fuori il meglio su un’antica e mai risolta questione: si può cambiare? La storia apparentemente (se non l’avete visto fermatevi), sembra parlarci della percezione che le persone hanno di noi, dell’intimità, della crudeltà e della disperazione di un certo periodo storico (in America ovviamente), e invece ci parla di una sola cosa: del cambiamento, appunto. Se ci si pensa, infatti, tutto gira intorno ad esso, a prescindere se il protagonista sia o non sia (poi evidentemente non lo è) John Robert “Jack” Sommersby. Mi spiego. Se egli fosse veramente lui, tutto il discorso girerebbe sulla possibilità per un uomo di rivedere le sue posizioni, trasformandosi, nel caso specifico, da violento e glaciale a dolce e altruista. Allo stesso modo, se fosse (come è) Horace Townsend, l’amore sbocciato con Laurel (Judy Foster) gli ha cambiato completamente le prospettive portandolo a diventare la persona che non era, priva quindi dell’egoismo e della “cattiveria” di sottrarre via tutto, come fece in precedenza, a un paese per il proprio portafogli.

E’ ovvio che poi da tale partenza (che poi è anche la fine) si aprono altri discorsi che hanno a che fare con la voglia degli altri di vedere tale percorso di mutazione e soprattutto dei motivi che lo hanno portato. E qui entra in ballo l’amore e non uno qualsiasi, ma quello abbagliante e raro che porta un rapporto dallo sbagliato all’irrinunciabile. Laurel, infatti, parte da una situazione di perplessità e distacco, il marito l’ha già delusa abbastanza, ma non si chiude a tal punto da non accorgersi di alcune cose riuscendo cosi a percepire l’evoluzione e il cambiamento (ecco di nuovo) del loro rapporto. E non era semplice, è molto meno complicato affidarsi a qualcuno se non c’è un passato deviato e per lunghi tratti malato, ma se ci sono le condizioni quello ri-nascente diventa ancora più dolcemente morboso.

E’ chiaro che quanto detto è stato possibile perché la storia si è retta sin da subito più sulla metafora che sulla storia conseguenziale, ridistribuendo cosi le sensazioni sulle quale aggrapparsi. Questo ha consentito di soprassedere sull’estrema soluzione adottata (lasciamo stare che si tratta di un caso giudiziario esistito, si sa come le cose possano essere tramandate) arrivando quindi più sugli effetti che sulla causa. In pratica, ci si è focalizzati subito sul chi fosse il personaggio, sul rapporto e sull’amore più che sul come è possibile che nessuno si sia accorto che non fosse lui, domanda evidentemente che avrebbe dovuta essere la prima. Questo impone una riflessione sia sul concepimento della storia che sulla capacità del regista, il discreto Jon Amiel, di essere riuscito visivamente a invertire i fattori di attenzione. Se il primo, come detto, sembra quasi un incipit mistico per arrivare alla conclusione più volte sottolineata e quindi concettualmente inappuntabile, sul secondo qualche difficoltà ci sarebbe potuta essere, con tanti saluti a corpo e anima. Non parliamo di maestria cinematografica, ben lungi, ma di certo di una capacità, probabilmente la più alta della carriera, di tracciare i punti sui quali coinvolgere lo spettatore.

Non ci troviamo di certo di fronte alle migliori prove di Richard Gere e Judy Foster, ma credo che in questo caso la sola idea di quello che erano sia bastata allo scopo. Ricordo perfettamente l’aria della sala dell’epoca, sebbene avessi solo 15 anni, e l’inclinazione di tutto il pubblico (e i cinema erano sempre pieni) verso gli interpreti. A volte la visione aiuta, appunto, l’idea, in altre, come in questo caso e anche per me, l’idea rinvigorisce le immagini.

Si può nell’arco di una vita ridistribuire le proprie priorità? Domanda complicata e che comporterebbe riflessioni enormi e probabilmente, non troppo veritiere (in certi discorsi il decoro la fa da padrone). Questo però non ci impedisce di crederci astrattamente o perlomeno di porci qualche dubbio o qualche speranza che questo, se ci fossero le giuste condizioni, possa accadere. Si, parliamo delle tanto care nuove possibilità, di quelle che ci arrivano inaspettate e che possono aprirci portoni che pochi secondi prima neanche vedevamo. Sammersby ci cinge di questa aurea agrodolce, infondendoci una strana sensazione di positività nonostante una fine che tutto è tranne che da felici e contenti. Tornando a poche righe fa, a volte l’idea abbraccia ogni cosa e quella bella sensazione di poter essere ancora compresi e di poter mettere panni nuovi, anche con chi ci ha già bocciato, ed essere apprezzato ci ronza intorno e questo è senza dubbio il maggiore pregio di questo film.

Jonhdoe1978

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Sommersby

Sommersby
6.8

Valutazione Complessiva

6.8/10

SCHEDA

  • Regia: Jon Amiel
  • Anno: 1993
  • Durata: 114'
  • Genere: Storico/Drammatico

Interazioni del lettore

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