
Credo fortemente che il più grande potere che un uomo possa avere su un altro uomo sia sapere di quest’ultimo un suo segreto. La motivazione è facile da capire e si interseca a quel processo di autoconservazione che noi come esseri umani abbiamo e che ci porta ad ammorbidire e/o incattivire le nostre azioni in caso di pericolo.
L’argomento dal mio punto di vista è molto interessante e su vari livelli è stato approfondito più volte in varie storie compreso, nello specifico, in quelle cinematografiche. Tra queste mi è capitato tra le mani (anch’esso rientra in quelle mie acquisizioni mensile di dvd fisici sparsi nel web e nei negozi specializzati), appunto, Shadow of fear, film diretto da Rich Cowan e che aspira, appunto, a mostrare un lato della situazione appena illustrata. Il risultato, non usiamo giri di parole, è purtroppo tra il mediocre e lo scarso e questo nonostante un incipit sufficiente e soprattutto, un cast di tutto rispetto. Ma andiamo con ordine.
L’inizio, come accennato, non è malvagio: mette in campo con calma i vari elementi in gioco e lascia un pizzico di sospeso su quello che potrebbe succedere (elemento essenziale per questi tipo di progetti). Poi però capita che il meccanismo comincia a scricchiolare e le banalità/forzature diventano sempre più forti e ingombranti rispetto alle cose interessanti e solide. Sostanzialmente l’intenzione era quella di montare il cuore della storia minuto dopo minuto concedendo allo spettatore un pezzetto alla volta, il problema è che essa da un momento all’altro perde il sostegno visivo risultando cosi, appunto, forzata. Tanto per fare un iperbole, diciamo a ¾ del film, mi sono immaginato regista e sceneggiatore con un foglio davanti con disegnata l’idea e accanto un altro foglio per la realizzazione pieno di scritte e cancellature. Era, infatti, evidente come i vari pezzi da un certo punto in poi fossero appiccicati e il vaso messo davanti pieno di venature da incollatura. E se questo è innegabile, la domanda ora è: è comunque la storia riuscita ad arrivare al suo epilogo dando la dimensione di intenzione e morale? Anche in questo caso la risposta non può essere univoca se non altro perché non tutto è stato spiegato con cura e anche gli effetti delle azioni sono rimaste senza una spiegazione coerente e lucida. Lo stesso messaggio, che poi è quello dell’intro, arriva più per un lavoro mentale e di assimilazione dei vari elementi che per un vero è proprio merito della trama. Anzi, gli ultimi secondi tendono a smontare e semplificare il castello, in particolare quel senso del tutto sotto controllo a cui il film aveva puntato e che qui a conti fatti perde di intensità.
Come accennato quello presente è un cast di tutto rispetto e alla fine complessivamente non sfigura nemmeno. Forse quello che non riesce a tenere il banco è proprio il protagonista: Matthew Davis. La sua è una presenza debole, lo si nota subito, e alla lunga patisce personalità cinematografiche come quella di Robin Tunney e James Spader.
Credo che alla fine ci sia poco da salvare di questo progetto e non solo per la parte puramente ideologica. La sensazione perenne che ho avuto è di un qualcosa con aspettative alte realizzato come se fosse uno di serie b o comunque non di primo piano. Ho proprio percepito che chi l’ha messo in piedi sentisse pienamente la sua provvisorietà e si sia solo occupato a portarlo a termine senza fare eccessivamente danni. E’ ovvio che poi non è andata cosi, ma solo aver trasmesso questa, ripeto, sensazione, è già un limite e un difetto enorme. Tanto per entrare un attimo nel particolare e andando a chiudere, i passaggi che portano il protagonista a insabbiarsi non sono adeguati al tenore di un thriller psicologico se non altro perché non arriva quel processo di inesorabilità necessaria ai fatti a cui evidentemente aspira. Manca la pressione, il soffocamento, il senso di necessità a quel passaggio che poi è il cardine delle conseguenze e quindi della storia stessa. Ad un certo punto diventa davvero un insieme di scene dalla diversa velocità con poca armonia, profondità e, soprattutto, intensità.
Concetto concluso e credo anche chiaro, Shadow of Fear rientra in quella classica casistica di film non riusciti a cui mi trovo incontro nella mia attività di scouting mensile e a dirla tutta è anche la cosa bella di tale cosa. Non è neanche bello, infatti, vedere sempre prodotti di livello, sono proprio quelli meno riusciti che danno alla fine la dimensione e i parametri adatti per un giudizio. Ed è per questo che vi consiglio (ho visto che al momento questo film non si trova in nessun canale streaming) se vi trovate davanti a questo titolo di non andare subito oltre e vederlo, appunto, per parametrare ancora di più il vostro livello di piacere e non.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento