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Shadow of fear (2004) di Jonhdoe1978

⭐23 Febbraio 2026 ⭐ Contrassegnato con: Recensione Shadow of fear, Shadow of fear, Shadow of fear Recensione

Shadow of fear

Credo fortemente che il più grande potere che un uomo possa avere su un altro uomo sia sapere di quest’ultimo un suo segreto. La motivazione è facile da capire e si interseca a quel processo di autoconservazione che noi come esseri umani abbiamo e che ci porta ad ammorbidire e/o incattivire le nostre azioni in caso di pericolo.

L’argomento dal mio punto di vista è molto interessante e su vari livelli è stato approfondito più volte in varie storie compreso, nello specifico, in quelle cinematografiche. Tra queste mi è capitato tra le mani (anch’esso rientra in quelle mie acquisizioni mensile di dvd fisici sparsi nel web e nei negozi specializzati), appunto, Shadow of fear, film diretto da Rich Cowan e che aspira, appunto, a mostrare un lato della situazione appena illustrata. Il risultato, non usiamo giri di parole, è purtroppo tra il mediocre e lo scarso e questo nonostante un incipit sufficiente e soprattutto, un cast di tutto rispetto. Ma andiamo con ordine.

L’inizio, come accennato, non è malvagio: mette in campo con calma i vari elementi in gioco e lascia un pizzico di sospeso su quello che potrebbe succedere (elemento essenziale per questi tipo di progetti). Poi però capita che il meccanismo comincia a scricchiolare e le banalità/forzature diventano sempre più forti e ingombranti rispetto alle cose interessanti e solide. Sostanzialmente l’intenzione era quella di montare il cuore della storia minuto dopo minuto concedendo allo spettatore un pezzetto alla volta, il problema è che essa da un momento all’altro perde il sostegno visivo risultando cosi, appunto, forzata. Tanto per fare un iperbole, diciamo a ¾ del film, mi sono immaginato regista e sceneggiatore con un foglio davanti con disegnata l’idea e accanto un altro foglio per la realizzazione pieno di scritte e cancellature. Era, infatti, evidente come i vari pezzi da un certo punto in poi fossero appiccicati e il vaso messo davanti pieno di venature da incollatura. E se questo è innegabile, la domanda ora è: è comunque la storia riuscita ad arrivare al suo epilogo dando la dimensione di intenzione e morale? Anche in questo caso la risposta non può essere univoca se non altro perché non tutto è stato spiegato con cura e anche gli effetti delle azioni sono rimaste senza una spiegazione coerente e lucida. Lo stesso messaggio, che poi è quello dell’intro, arriva più per un lavoro mentale e di assimilazione dei vari elementi che per un vero è proprio merito della trama. Anzi, gli ultimi secondi tendono a smontare e semplificare il castello, in particolare quel senso del tutto sotto controllo a cui il film aveva puntato e che qui a conti fatti perde di intensità.

Come accennato quello presente è un cast di tutto rispetto e alla fine complessivamente non sfigura nemmeno. Forse quello che non riesce a tenere il banco è proprio il protagonista: Matthew Davis. La sua è una presenza debole, lo si nota subito, e alla lunga patisce personalità cinematografiche come quella di Robin Tunney e James Spader.

Credo che alla fine ci sia poco da salvare di questo progetto e non solo per la parte puramente ideologica. La sensazione perenne che ho avuto è di un qualcosa con aspettative alte realizzato come se fosse uno di serie b o comunque non di primo piano. Ho proprio percepito che chi l’ha messo in piedi sentisse pienamente la sua provvisorietà e si sia solo occupato a portarlo a termine senza fare eccessivamente danni. E’ ovvio che poi non è andata cosi, ma solo aver trasmesso questa, ripeto, sensazione, è già un limite e un difetto enorme. Tanto per entrare un attimo nel particolare e andando a chiudere, i passaggi che portano il protagonista a insabbiarsi non sono adeguati al tenore di un thriller psicologico se non altro perché non arriva quel processo di inesorabilità necessaria ai fatti a cui evidentemente aspira. Manca la pressione, il soffocamento, il senso di necessità a quel passaggio che poi è il cardine delle conseguenze e quindi della storia stessa. Ad un certo punto diventa davvero un insieme di scene dalla diversa velocità con poca armonia, profondità e, soprattutto, intensità.

Concetto concluso e credo anche chiaro, Shadow of Fear rientra in quella classica casistica di film non riusciti a cui mi trovo incontro nella mia attività di scouting mensile e a dirla tutta è anche la cosa bella di tale cosa. Non è neanche bello, infatti, vedere sempre prodotti di livello, sono proprio quelli meno riusciti che danno alla fine la dimensione e i parametri adatti per un giudizio. Ed è per questo che vi consiglio (ho visto che al momento questo film non si trova in nessun canale streaming) se vi trovate davanti a questo titolo di non andare subito oltre e vederlo, appunto, per parametrare ancora di più il vostro livello di piacere e non.

Jonhdoe1978

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Shadow of fear

Shadow of fear
4.3

Valutazione Complessiva

4.3/10

SCHEDA

  • Regia: Rich Cowan
  • Anno: 2004
  • Durata: 88'
  • Genere: Thriller

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